Incontri ravvicinati con la Storia. Oriana Fallaci, una donna nel mito

Lo scorso 3 febbraio sono andata all’anteprima cinematografica di “L’Oriana“. In sala eravamo in sette. Età media: 50 anni (più del doppio dei miei).

Che sia per disinteresse o per semplice pigrizia (la fiction – perché di miniserie si tratta – sarà in onda nei salotti di milioni di italiani comodamente seduti/distesi sul divano di casa propria, il 16 e il 17 febbraio), ho trovato che fosse un vero peccato. Davvero.

Film-ritratto con la regia di Marco Turco (fra gli interpreti Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni), “L’Oriana” tratteggia vivamente la personalità di questa “big” del nostro tempo: una donna appassionata della vita e innamorata della verità.

Il mio nuovo articolo su “L’Undici” parla proprio di Lei.

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Pop-filosofia, la riscossa del sapere a portata di telecomando

È possibile comprendere e spiegare complessi fenomeni sociali partendo dall’analisi di un videogioco o della vostra canzone preferita?

Quest’oggi su L’Undici parlerò proprio di quest’inedita possibilità e del suo enorme potenziale di fronte al bombardamento massmediatico cui siamo tutti (neanche troppo scientemente) sottoposti.

In apparenza tematica da neofiti d’alto scranno, la “pop-filosofia” è in realtà una novità all’interno del panorama culturale italiano destinata a entrare sempre più incisivamente nelle nostre vite, aggiungendo maggiore consapevolezza del mondo in cui viviamo (se necessario) ed un pizzico di coscienza critica in più – perlomeno è quanto mi auguro, affinché la filosofia ritorni alle proprie origini, per l’appunto “popolari”. 

Insomma, sfatiamo i miti del “fruitore passivo” e dell’ “utente allegro”, così tanto cari alla sociologia dei media, e cominciamo a pensare davanti allo schermo del computer di casa o del televisore in cucina!

Non è questa una filosofia di vita alettante?! Scopritelo su Pop-filosofia, la riscossa del sapere a portata di telecomando! Basta un click!

“O tempora, o mores!” Storie di ordinaria indignazione

Sarà incredibile, eppure quest’oggi è on-line il mio nuovissimo articolo su L’Undici!

Sull’onda di quanto accade nel mondo, un urlo di dolore risveglia in me un bisogno atavico e insopprimibile: quello di libertà sotto ogni sua forma, specie, etnia, colore, età, genere, orientamento e convinzione.

Con occhio attento e orecchio sensibile, ho indagato il mio vissuto, scovandovi sensazioni sgradevoli che difficilmente riuscirò a dimenticare, se non altro per quella loro traccia indelebile lasciata impietosamente lì, a marcire sul mio cuore, come un graffito di cattivo gusto su una tela d’oggetto agreste.

Quelle che racconterò sono storie, mie, vostre. Storie di ordinaria indignazione che traggono dalla mia esperienza sensibile forma e sostanza, sdegno e rabbia per uno dei mali più antichi di tutta la società: il sessismo, la discriminazione di genere riferita in particolar modo al “gentil sesso”.

“O tempora, o mores!” Storie di ordinaria indignazione riguarda tutti noi, chi per un motivo, chi per l’altro. Senza alcuna distinzione.

Buona lettura!

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Madri che uccidono figli: un altro punto di vista

In alternativa alla mia visione del mondo così come esposta nel precedente articolo “Madri che uccidono figli”, propongo in qualità di contraltare “Non esistono mamme buone e mamme cattive”, scritto da Deborah Dirani (Donna prima, giornalista poi) e pubblicato ieri su Huffington Post Italia.

Perché un’informazione critica è un’informazione più completa, aggiornata e stimolante.

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Madri che uccidono figli

Samuele, Mirko, Gabriele, Federico, Carmine: sono nomi comunissimi dietro ai quali, però, si celano storie lungamente sottaciute d’ordinaria follia. Sono i nomi di bambini che oggi non ci sono più, scomparsi nel più drammatico dei modi, assassinati dalle proprie madri. Finale sempre più scontato, atto conclusivo della tragedia della quotidianità: non vi è palco, né copione, ma la sceneggiatura e i retroscena sono sempre gli stessi. Oggi, a questi nomi se ne aggiunge un altro, quello di Loris Andrea Stival.

“È colpa della depressione”, dicono. “Ultimamente stava molto male, mi sembrava più tesa”, cercano quasi di giustificare. Infine, l’immancabile “È sempre stata tranquilla, una brava persona, così gentile e generosa!”…e mi fermo qui, nell’estremo tentativo di evitare d’approfondire quello che oramai è diventato (è quasi una moda definirlo così) un mero schifo. Sì, schifo. Ad asserire con leggerezza frasi così insulse (insulse perché ex post), è la gente comune, quella che rimpingua acriticamente le file del “popolino”, quella che appare quasi ignara della gravità della situazione che ha dinanzi, quella che riferisce spesso e volentieri di “malessere esistenziale” dei sospettati senza aver fatto mai nulla in vita propria per evitare il dramma consumato a pochi passi da casa. Gente che sa ma non agisce, che immagina ma preferisce non approfondire; gente che si consuma nella propria inconsistenza e che trova nel trionfo della banalità del proprio quotidiano un rifugio dal Male. Che è là fuori teoricamente, che spesso si sottrae alla vista. E se fosse “dentro”, più vicino di quanto si pensi?

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