Pop-filosofia, la riscossa del sapere a portata di telecomando

È possibile comprendere e spiegare complessi fenomeni sociali partendo dall’analisi di un videogioco o della vostra canzone preferita?

Quest’oggi su L’Undici parlerò proprio di quest’inedita possibilità e del suo enorme potenziale di fronte al bombardamento massmediatico cui siamo tutti (neanche troppo scientemente) sottoposti.

In apparenza tematica da neofiti d’alto scranno, la “pop-filosofia” è in realtà una novità all’interno del panorama culturale italiano destinata a entrare sempre più incisivamente nelle nostre vite, aggiungendo maggiore consapevolezza del mondo in cui viviamo (se necessario) ed un pizzico di coscienza critica in più – perlomeno è quanto mi auguro, affinché la filosofia ritorni alle proprie origini, per l’appunto “popolari”. 

Insomma, sfatiamo i miti del “fruitore passivo” e dell’ “utente allegro”, così tanto cari alla sociologia dei media, e cominciamo a pensare davanti allo schermo del computer di casa o del televisore in cucina!

Non è questa una filosofia di vita alettante?! Scopritelo su Pop-filosofia, la riscossa del sapere a portata di telecomando! Basta un click!

Riflessioni…sui generis!

“Generalista”.

È ciò che mi è stato detto ultimamente, non tanto in riferimento a me e alla mia persona, quanto in merito al mio blog e agli argomenti su cui mi piace spendere migliaia di parole…e chissà se per la fine dell’anno tocchiamo il milione di caratteri! Mmmm. La vedo dura. Meglio ridimensionarsi e tornare a noi.

“Generalista”…beh, mi ci ritrovo pienamente. Lo confesso: non ci avevo mai pensato e mai mi sarei definita tale, eppure quanto mi calza a pennello! Riflettendoci bene, sono stata intesa, (mal)compresa, interpretata, decodificata in mille e più modi, ma mai così.

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L’Uomo di Luce, fra fotografia e arti figurative

Oggi, dopo mesi e mesi di imperdonabile digiuno artistico, seppur motivato da impegni di varia natura (faccio ugualmente un mea culpa, “dovuto” se non altro alla fatal manchevolezza del caso), ho colto al volo un invito che non potevo proprio rifiutare…ed ecco che, in men che non si dica, ho avuto il piacere di visitare una splendida retrospettiva, ambientata in uno degli spazi museali più suggestivi di tutto il Friuli-Venezia Giulia (Villa Manin, Passariano, Codroipo, UD) e dedicata a uno dei tanti (ahimè, non molto conosciuti) talenti del secolo scorso, Man Ray (pseudonimo di Emmanuel Radnitzky, 1890-1976), letteralmente “uomo raggio”.

Chi è costui? Probabilmente molti fra voi non ne hanno mai sentito parlare, né accennarne alcunché, né tanto meno nominarne distrattamente le opere…eppure si tratta di un artista estremamente poliedrico, sperimentale, sensoriale e proteiforme come pochi, nonché autore di grande rilievo in svariati ambiti, fra cui cinema (ovviamente d’avanguardia), fotografia (celebri sono le sue rayographs), arti figurative e plastiche (tra pittura e creazione/assemblaggio d’oggetti). Chi non ha mai visto, perlomeno di straforo, il suo capolavoro per eccellenza, Le Violon d’Ingres?

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Viva l’uguale libertà di espressione!

Esiste davvero quella piaga sociale (e, a quanto pare, intergenerazionale) del sessismo nella letteratura? Un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” (versione on-line) sembra sostenerlo a gran voce (vedi link http://27esimaora.corriere.it/articolo/aaa-donne-nei-premi-letterari-cercasi/). Bando alle ciance e ai sentimentalismi, ecco alcuni numeri e dati a portata di mano:

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L’ “estetica della banalità”: la nuova frontiera della cultura italiana?

Leggendo con attenzione la “Lettera a Gustáv Husák” (1975) scritta con dovizia di particolari e coscienza critica da Václav Havel (all’epoca, il primo Segretario generale del Partito comunista di Cecoslovacchia; il secondo attivista politico nonché drammaturgo), non posso che riflettere sulla politica culturale italiana: penso alle centinaia (anche se propendo più per le migliaia) di libri non pubblicati nella nostra lingua che tematizzano argomenti particolarmente scottanti e di una certa rilevanza; penso a tutti quegli editoriali scritti da esperti di notoria competenza d’altre nazionalità che nel Bel Paese non figurano neanche navigando sulla rete; penso a tutte quelle pubblicazioni per lo più anglosassoni (ma non solo), talvolta inaccessibili e quasi mai tradotte; al contempo, penso alle beneamate Edizioni Adelphi e alla piccola editoria che fortunatamente non si fanno scoraggiare dalla generalizzante e uniformizzante linea ufficiale, introducendo presso il pubblico opere letterarie e filosofiche di gran pregio artistico e impegno civico, pensatori poco noti ma anche di grande influenza nel panorama culturale mondiale, e me ne rincuoro; penso a quella che Havel definiva come “estetica della banalità” cui sembrano votarsi gran parte dei titoli che vediamo spiccare in libreria fra montagne accuratamente accatastate di testi disposti a piramide e classifiche di vendita che si stagliano dinanzi all’entrata, titoli innocui e inoffensivi tanto di primo acchito quanto nei contenuti, tollerati e privi di ricaduta sull’autoconoscenza che ciascuno di noi dovrebbe maturare; penso al “culto della prudente mediocrità” e alla mancanza di curiosità, alla tendenza al livellamento e al “principio di levigazione” della mente, il cui scopo è quello di renderla “convenzionale”, apatica e inerte agli stimoli.

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