Madri che uccidono figli

Samuele, Mirko, Gabriele, Federico, Carmine: sono nomi comunissimi dietro ai quali, però, si celano storie lungamente sottaciute d’ordinaria follia. Sono i nomi di bambini che oggi non ci sono più, scomparsi nel più drammatico dei modi, assassinati dalle proprie madri. Finale sempre più scontato, atto conclusivo della tragedia della quotidianità: non vi è palco, né copione, ma la sceneggiatura e i retroscena sono sempre gli stessi. Oggi, a questi nomi se ne aggiunge un altro, quello di Loris Andrea Stival.

“È colpa della depressione”, dicono. “Ultimamente stava molto male, mi sembrava più tesa”, cercano quasi di giustificare. Infine, l’immancabile “È sempre stata tranquilla, una brava persona, così gentile e generosa!”…e mi fermo qui, nell’estremo tentativo di evitare d’approfondire quello che oramai è diventato (è quasi una moda definirlo così) un mero schifo. Sì, schifo. Ad asserire con leggerezza frasi così insulse (insulse perché ex post), è la gente comune, quella che rimpingua acriticamente le file del “popolino”, quella che appare quasi ignara della gravità della situazione che ha dinanzi, quella che riferisce spesso e volentieri di “malessere esistenziale” dei sospettati senza aver fatto mai nulla in vita propria per evitare il dramma consumato a pochi passi da casa. Gente che sa ma non agisce, che immagina ma preferisce non approfondire; gente che si consuma nella propria inconsistenza e che trova nel trionfo della banalità del proprio quotidiano un rifugio dal Male. Che è là fuori teoricamente, che spesso si sottrae alla vista. E se fosse “dentro”, più vicino di quanto si pensi?

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L’ “estetica della banalità”: la nuova frontiera della cultura italiana?

Leggendo con attenzione la “Lettera a Gustáv Husák” (1975) scritta con dovizia di particolari e coscienza critica da Václav Havel (all’epoca, il primo Segretario generale del Partito comunista di Cecoslovacchia; il secondo attivista politico nonché drammaturgo), non posso che riflettere sulla politica culturale italiana: penso alle centinaia (anche se propendo più per le migliaia) di libri non pubblicati nella nostra lingua che tematizzano argomenti particolarmente scottanti e di una certa rilevanza; penso a tutti quegli editoriali scritti da esperti di notoria competenza d’altre nazionalità che nel Bel Paese non figurano neanche navigando sulla rete; penso a tutte quelle pubblicazioni per lo più anglosassoni (ma non solo), talvolta inaccessibili e quasi mai tradotte; al contempo, penso alle beneamate Edizioni Adelphi e alla piccola editoria che fortunatamente non si fanno scoraggiare dalla generalizzante e uniformizzante linea ufficiale, introducendo presso il pubblico opere letterarie e filosofiche di gran pregio artistico e impegno civico, pensatori poco noti ma anche di grande influenza nel panorama culturale mondiale, e me ne rincuoro; penso a quella che Havel definiva come “estetica della banalità” cui sembrano votarsi gran parte dei titoli che vediamo spiccare in libreria fra montagne accuratamente accatastate di testi disposti a piramide e classifiche di vendita che si stagliano dinanzi all’entrata, titoli innocui e inoffensivi tanto di primo acchito quanto nei contenuti, tollerati e privi di ricaduta sull’autoconoscenza che ciascuno di noi dovrebbe maturare; penso al “culto della prudente mediocrità” e alla mancanza di curiosità, alla tendenza al livellamento e al “principio di levigazione” della mente, il cui scopo è quello di renderla “convenzionale”, apatica e inerte agli stimoli.

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