Se “normalità” è pazzia, allora sarò folle!

Oggi una cara amica mi ha fatta riflettere sul concetto di “normalità”. Ce n’è bisogno ovunque, a quanto pare. Che sia un bene imprescindibile o facoltativo, non v’è alcun dubbio.

È un periodo difficoltoso per tutti: oramai è nella “normalità” non sentirsi al 100% del proprio charme, della propria carica positiva, del proprio Io. Come una barra di caricamento inceppata per motivi di cui soltanto il Dio informatico è a conoscenza. In effetti, ultimamente mi sento così, sono così: “inceppata”, o meglio rallentata. Effetto dell’eccessivo stress? Non mi sorprenderebbe: recenti studi ritengono che stati d’affaticamento mentale, duraturo e prolungato, porterebbero a forme (del tutto curabili) di “deficit cognitivo”. Ebbene, io sguazzo “beatamente” in questa condizione di menomazione temporanea della personalità, in cui le proprie potenzialità vengono irrimediabilmente lese, i talenti smussati in difetto, le capacità danneggiate (anche se non in maniera irreparabile); le parole vengono meno, così come le idee originali, e quanto di attivo rimane si riduce a rimuginazioni continue, fastidiose e irritanti. Non pago, il deficit cognitivo (persino nelle sue forme più lievi, come nella fattispecie) intacca anche la qualità del pensiero, la sua fluidità, la sua intrinseca vitalità, la sua ricercatezza e finezza. Disabilità dello spirito.

Quale soluzione, or dunque?  Continua a leggere

Scrivo, dunque sono.

Ascolto, nel divenire dei giorni, i silenzi che in me si alternano a urla sguaiate, terribili, lugubri, senza fine. La smania d’agire tormenta il mio tempo privo d’azione…e, dunque, scrivo. Scrivo per dimenticare che la mia strada è altrove, per ricordarmi che la speranza è sì un buon inizio ma è anche “una pessima cena”, volendo parafrasare Francesco Bacone e il suo celebre aforisma. Scrivo perché per me è un modo di essere, il mio modo d’esistere e distinguermi, di (ri)trovare me stessa all’interno di una massa contorta di fili sottili, d’avvenimenti spesso privi di contenuto, altrettante volte effimeri, fugaci…

Come poter essere sazi d’azione, di momenti, di intimità e di gioie? Non sono mai abbastanza, non sono mai troppe.

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Dannata psicosi, male non necessario (ma “nobilitato”) della società!

Ultimamente ho avuto la dolce fortuna di imbattermi in uno scritto di Emil Cioran (filosofo rumeno, 1911-1995) intitolato “Sillogismi dell’amarezza”, un’opera disincantata, eloquente e esageratamente tragica ai più, la quintessenza del cinismo per molti, votata allo scetticismo più sfrenato per tanti altri…eppure, per me, non può essere altro che un condensato di realismo allo stato puro, peraltro magistralmente accordato, insuperabilmente ben riuscito.

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Il ruolo della Letteratura nella contemporaneità.

Oggi riporto papale papale un interessantissimo passo tratto dal già citato “Incontri con uomini straordinari” di Georges I. Gurdjieff, in cui l’autore non solo si limita a lanciarsi in una disamina (più che obiettiva e amaramente poco lusinghiera) della letteratura e dei suoi attuali rappresentanti, ma ripropone anche i particolari di un discorso sentito in gioventù durante il suo primo soggiorno in Persia in occasione di una riunione di intellettuali cui, per caso, partecipò.

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