Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi…

Scrivo ogni giorno, almeno un poco: mi tiene sveglia, lucida, caustica quando serve, attiva quanto basta, a tratti acida, a tratti iperemotiva – mi pare d’essere fatta d’impalpabile (ma visibile) materia, d’amarezza per l’oggi e di certezza per il domani: lo percepisco, con una sensibilità quasi da lacrima.

L’evidenza delle cose chiama la consapevolezza dell’Io. E teoricamente l’azione, o meglio una non specificata reazione. Onestamente, io vorrei e non vorrei ma, se vuoi, diciamo così.

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I non-riscontri, la non-vita, il mio tutto

È un periodo di insoddisfazione incurabile, quest’ultimo.

Sto diventando sempre più monotematica. Specializzata in “lamentologia applicata”, scriveranno un giorno. Forse. 

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Madri che uccidono figli

Samuele, Mirko, Gabriele, Federico, Carmine: sono nomi comunissimi dietro ai quali, però, si celano storie lungamente sottaciute d’ordinaria follia. Sono i nomi di bambini che oggi non ci sono più, scomparsi nel più drammatico dei modi, assassinati dalle proprie madri. Finale sempre più scontato, atto conclusivo della tragedia della quotidianità: non vi è palco, né copione, ma la sceneggiatura e i retroscena sono sempre gli stessi. Oggi, a questi nomi se ne aggiunge un altro, quello di Loris Andrea Stival.

“È colpa della depressione”, dicono. “Ultimamente stava molto male, mi sembrava più tesa”, cercano quasi di giustificare. Infine, l’immancabile “È sempre stata tranquilla, una brava persona, così gentile e generosa!”…e mi fermo qui, nell’estremo tentativo di evitare d’approfondire quello che oramai è diventato (è quasi una moda definirlo così) un mero schifo. Sì, schifo. Ad asserire con leggerezza frasi così insulse (insulse perché ex post), è la gente comune, quella che rimpingua acriticamente le file del “popolino”, quella che appare quasi ignara della gravità della situazione che ha dinanzi, quella che riferisce spesso e volentieri di “malessere esistenziale” dei sospettati senza aver fatto mai nulla in vita propria per evitare il dramma consumato a pochi passi da casa. Gente che sa ma non agisce, che immagina ma preferisce non approfondire; gente che si consuma nella propria inconsistenza e che trova nel trionfo della banalità del proprio quotidiano un rifugio dal Male. Che è là fuori teoricamente, che spesso si sottrae alla vista. E se fosse “dentro”, più vicino di quanto si pensi?

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Manifesto dell’Essere: bianco e nero

Una perfetta unità, la ricerca di un sistema coerente sono segno di una vita personale povera di risorse, schematica e insulsa, come lo sono anche le contraddizioni dovute all’estro del momento o al paradosso facile. Solo le grandi e insidiose contraddizioni, le insolubili antinomie testimoniano una vita spirituale feconda, perché soltanto in esse il flusso e l’abbondanza interni trovano modo di realizzarsi.

(Emil Cioran, Contraddizioni e inconseguenze)

Essere o non essere: questo è il problema. Ebbene, io ho deciso di “non essere” temporaneamente per poter “essere” e stare qui e ora, perché l’azione mi è impedita… Per fortuna, il Pensiero, quello sì, sopravvive, capace di mirabolanti imprese, così come di passività “a comando”: in questo contesto non ho molte alternative.

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Scrivo, dunque sono.

Ascolto, nel divenire dei giorni, i silenzi che in me si alternano a urla sguaiate, terribili, lugubri, senza fine. La smania d’agire tormenta il mio tempo privo d’azione…e, dunque, scrivo. Scrivo per dimenticare che la mia strada è altrove, per ricordarmi che la speranza è sì un buon inizio ma è anche “una pessima cena”, volendo parafrasare Francesco Bacone e il suo celebre aforisma. Scrivo perché per me è un modo di essere, il mio modo d’esistere e distinguermi, di (ri)trovare me stessa all’interno di una massa contorta di fili sottili, d’avvenimenti spesso privi di contenuto, altrettante volte effimeri, fugaci…

Come poter essere sazi d’azione, di momenti, di intimità e di gioie? Non sono mai abbastanza, non sono mai troppe.

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