Madri che uccidono figli

Samuele, Mirko, Gabriele, Federico, Carmine: sono nomi comunissimi dietro ai quali, però, si celano storie lungamente sottaciute d’ordinaria follia. Sono i nomi di bambini che oggi non ci sono più, scomparsi nel più drammatico dei modi, assassinati dalle proprie madri. Finale sempre più scontato, atto conclusivo della tragedia della quotidianità: non vi è palco, né copione, ma la sceneggiatura e i retroscena sono sempre gli stessi. Oggi, a questi nomi se ne aggiunge un altro, quello di Loris Andrea Stival.

“È colpa della depressione”, dicono. “Ultimamente stava molto male, mi sembrava più tesa”, cercano quasi di giustificare. Infine, l’immancabile “È sempre stata tranquilla, una brava persona, così gentile e generosa!”…e mi fermo qui, nell’estremo tentativo di evitare d’approfondire quello che oramai è diventato (è quasi una moda definirlo così) un mero schifo. Sì, schifo. Ad asserire con leggerezza frasi così insulse (insulse perché ex post), è la gente comune, quella che rimpingua acriticamente le file del “popolino”, quella che appare quasi ignara della gravità della situazione che ha dinanzi, quella che riferisce spesso e volentieri di “malessere esistenziale” dei sospettati senza aver fatto mai nulla in vita propria per evitare il dramma consumato a pochi passi da casa. Gente che sa ma non agisce, che immagina ma preferisce non approfondire; gente che si consuma nella propria inconsistenza e che trova nel trionfo della banalità del proprio quotidiano un rifugio dal Male. Che è là fuori teoricamente, che spesso si sottrae alla vista. E se fosse “dentro”, più vicino di quanto si pensi?

Navigando sulla rete a caccia di news sugli ultimi fatti di cronaca (non necessariamente “nera”), ho scorto la proverbiale “amaca” di Michele Serra, caustico editorialista e commentatore su La Repubblica. Memore del suo taglio mordace e provocatorio, non ho resistito alla tentazione: l’ho letta, riletta e soppesata. Ogni parola è esattamente al posto giusto; ogni considerazione assolutamente lapalissiana. Non a caso è uno dei pochi giornalisti che seguo con piacere e che fornisce sempre materiale d’ottima qualità, sprazzi di pensiero irrinunciabili se penso al pressappochismo dilagante della stampa…ecco perché, come previsto, non mi sono sorpresa delle emozioni che la lettura di quel breve trafiletto mi ha lasciato a caldo. Amarezza, profonda amarezza. Contrarietà per come il mondo stia andando completamente a rotoli, un mondo lanciato a mille verso un processo di caduta irreversibile, decadenza incontrollabile e incontrollata. Dov’è la regolamentazione quando serve? Ogni passo della nostra vita è quasi cadenzato con patetica precisione; si soffoca l’anticonformismo e si placano gli animi più spiritualmente fecondi, eppure siamo immersi in un atmosfera di illegalità, iniquità e disprezzo per il prossimo. Applausi.

michele serra

Gli ultimi fatti di cronaca nera sono disarmanti, nonché sintomo che qualcosa nel nucleo intrafamiliare non funziona più (e che forse non ha mai funzionato). Ora tutto viene messo in bella mostra, vetrine dell’orrore che è difficile evitare, la cui esistenza non si può negare, pena l’inconsapevolezza. È divenuto più facile puntare il dito ma, a conti fatti, anche ritrarlo non incontra molte difficoltà: in fondo, non costa niente.

I titoli in prima pagina non possono che demoralizzare anche lo spirito più ottimista, tanto che mi viene in mente quanto detto da un mio docente (storico di professione, razionale per definizione) proprio oggi durante una lezione [sulla dispersione delle minoranze e in merito all’Olocausto, NdA]: Forse l’Uomo è il peggior esperimento mai riuscito”. Non vedo come sia possibile non condividere la sua opinione a riguardo.

Il male si insinua nelle case ma, peggio ancora, fa capolino nei cuori di genitori, madri e padri di famiglia, mogli e mariti devoti, che dovrebbero amare, istruire, mantenere e assicurare ai figli non solo un adeguato inserimento nel mondo interpersonale, ma anche protezione, sostegno e affetto incondizionati. Così ci insegna il Codice Civile, così afferma la stessa Costituzione.

La famiglia: a lungo considerata la formazione sociale per eccellenza, è anche il fulcro e l’essenza della vita di ciascuno di noi, radici ben assestate nel terriccio del passato, come pure rampa di lancio per il futuro. Può un principio fondante come questo (sede dei rapporti più importanti) tramutarsi in una trappola mortale, in un ambiente ostile e pericoloso per i suoi membri e per la loro integrità (psichica e materiale)?

Non volendo entrare nei particolari agghiaccianti delle storie di infanticidio che costellano il panorama criminale italiano, rimando alla fonte: http://www.huffingtonpost.it/2014/12/09/madri-uccidono-figli_n_6294482.html.

D’altro canto, “la violenza che si riversa nel privato e nel quotidiano funge da canalizzazione di conflitti, tensioni, aggressività, cui si impedisce l’irrompere nel pubblico. La famiglia, la rete dei rapporti primari, lo spazio del tempo libero, sono i luoghi di contenimento, individualizzazione, patologizzazione, e naturalmente di legittima espressione di vissuti conflittuali e frustranti. Sono i luoghi dove si concentra il disagio e la sofferenza si svela. Dove quindi l’aggressività è confinata e separata, privata, soggettivamente e oggettivamente, di contenuti sociali.” (T. Pitch, Violenza e controllo sociale sulle donne)

Invece che emergere soprattutto rispetto e condivisione, prevaricazione e violenza prevalgono: le ragioni dell’odio sono imperscrutabili, il loro sfociare imprevedibile, le loro conseguenze spesso irreparabili. L’esplosione di un conflitto fra coniugi o genitore-figlio è lo sfogo di insoddisfazioni (personali e magari persino lavorative), di pulsioni a fatica assopite, di frustrazioni non più reprimibili: è così che le quattro mura domestiche si trasformano in un inferno di fuoco, teatro di continue sopraffazioni, dove soprusi e dolorosi silenzi si alternano vicendevolmente.

A seguito degli ultimi casi di femminicidio e di omicidio-suicidio, si è appreso (non del tutto a torto) che la violenza intrafamiliare è un fenomeno prevalentemente maschile, che nasce dall’incomprensione di coppia e dalla convinzione retrograda che il rapporto uomo-donna sia una relazione non pariordinata, laddove l’autodeterminazione e la disposizione del corpo della seconda sono oggetto di dominio del primo, responsabile (talvolta impunito) d’ogni genere di angherie, fisiche e psicologiche. La passività della vittima spesso porta a una recrudescenza della brutalità del carnefice; in parallelo, l’indolenza della società va ad alimentare quella mentalità votata all’onnipotenza di certi individui, poi additati come “criminali”. “Criminali” soltanto dopo il misfatto, soltanto dopo aver posto fine alla vita di un essere umano, spesso di una persona che si diceva di “amare a tal punto da non sopportarne la perdita”…allora, non sopportandone la perdita, la si causa: gelosia e senso smodato del possesso sono il leitmotiv della violenza sulle donne, un particolare ramo della violenza intrafamiliare, ma non l’unico. Difatti, lo stesso discorso improntato a dinamiche da “sindrome di Stoccolma” può essere traslato dal contesto originario uomo-donna al rapporto madre-figlio.

In questi ultimi anni si è capovolta anche la classica impostazione della famiglia che, indipendentemente dai suoi più recenti sviluppi (famiglie arcobaleno, monoparentali, allargate, ricomposte, e così via), si è sempre presentata come un’incontestabile fonte di sostegno. Casi rari (perlomeno di violenza domestica) erano sì denunciati nei decenni passati, ma spesso non sfociavano che in un semplice “richiamo all’ordine”. Nulla più. Nulla di eclatante.

Ora la famiglia è mutata nel profondo, così come le sue dinamiche interne. Una serie di cambiamenti culturali, nonché la smania di violare lo spazio (fisico e psicologico) altrui, hanno trasformato notevolmente le cose: la famiglia postmoderna, non più basata su un rigido modello patriarcale, ha visto il progressivo venir meno di quelle “figure cuscinetto” che, nel caso di conflitti interni al nucleo familiare, potevano intervenire a sedare gli animi (evitando anche che i dissapori trapelassero all’esterno). A ciò si aggiunga quella tendenza sempre più evidente alla deistituzionalizzazione del concetto di sacralità e inviolabilità della famiglia che, a partire dagli anni Ottanta, ha cominciato a smantellare gradualmente i vecchi archètipi, ruoli-chiave fissi e cristallizzati, per certi versi anacronistici. A tal proposito, non si parla soltanto della parificazione (almeno su carta) fra uomo e donna; infatti, occorre inserire un altro discorso meritevole d’altrettanta attenzione e cura: il ruolo del bambino, i suoi diritti, le sue libertà. [Per una visione più approfondita del quadro generale, consiglio “Le misure contro la violenza intrafamiliare. Aspetti giuridici e sociologici” di Claudia Kolb in L’altro diritto. Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità]

Sconvolge osservare da telespettatori una realtà degna del più splatter fra i film horror: dal sempre attuale uomini-che-odiano-donne al più patologico madri-che-uccidono-figli. Non siamo in un libro di Larsson né in una macabra trasposizione cinematografica alla Fincher: la vita vera, quella in cui si può morire stupidamente, è ben altro. E’ la storia di un bambino che, per vendetta nei confronti del padre, muore ammazzato; è la storia di una creatura indifesa abusata più e più volte; è la storia di anni di tensioni e frustrazioni che poi sfociano in atti di disumana natura; è la storia di sevizie e mancanza d’amore. È la storia di un essere vivente che sempre più spesso non ha voce in capitolo: dimenticato, non dimentica, semplicemente perché non può.

Per alcuni individui, soprattutto quelli appartenenti alle fasce più deboli della società, la vita è stata storia di bruttura e malignità, d’apparenza e inganno, di finzione e falsità. Indipendentemente dal ceto socio-economico o dal livello di istruzione, il Male può nascondersi sotto molteplici forme: la mostruosità mascherata è sempre più attuale dell’orco cattivo che si aggira fra i boschi o dell’Uomo Nero che si nasconde nell’armadio della propria cameretta.

Così dicendo, non voglio incentivare la presa di quelle assurde ondate di panico collettivo di cui la stampa si rende il motore propulsore più partecipe. Vorrei soltanto far riflettere sull’idiozia dell’invulnerabilità, sull’inattualità dell’onnipotenza. Nessuno è al sicuro, tutti sono esposti e indifesi, specialmente quando si ama follemente al punto tale da non riuscire più a discernere il Giusto dallo Sbagliato.

La violenza intrafamiliare non è una faccenda privata, perlomeno non più: è un problema pubblico, e come tale dev’essere trattato, con la dovuta sensibilizzazione e con solerte urgenza da parte delle istituzioni.

A tutti coloro che credono nella fiducia incondizionata e senza riserve nei confronti del genere umano, a tutti coloro che dimostrano interesse soltanto quando vengono pungolati sul vivo e, infine, a tutti coloro che sguazzano nella bambagia del “Li conosco, sono brave persone”, io dico: APRITE GLI OCCHI! NON STATE IN SILENZIO! NON SIATE PASSIVI!

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