Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi…

Scrivo ogni giorno, almeno un poco: mi tiene sveglia, lucida, caustica quando serve, attiva quanto basta, a tratti acida, a tratti iperemotiva – mi pare d’essere fatta d’impalpabile (ma visibile) materia, d’amarezza per l’oggi e di certezza per il domani: lo percepisco, con una sensibilità quasi da lacrima.

L’evidenza delle cose chiama la consapevolezza dell’Io. E teoricamente l’azione, o meglio una non specificata reazione. Onestamente, io vorrei e non vorrei ma, se vuoi, diciamo così.

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Essere e tempo: una pausa fra dovere e sostanza

Oggi non riesco davvero a fare a meno di pensare che è da più di un anno che studio ininterrottamente (e con “ininterrottamente” intendo dire che ogni sacrosanto giorno l’ho trascorso con un manuale universitario in mano, che fosse per un’ora o per nove poco importa, anche se ammetto che l’ultima opzione è quella che più si avvicina alla realtà dei fatti).

Volendo fare un calcolo approssimativo con calcolatrice alla mano, senza tener in debito conto l’eccezionalità degli anni bisestili, si parla di 52 settimane, 365 giorni, 8760 ore, 525600 minuti, 31536000 secondi. Niente male, insomma.

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Scrivo, dunque sono.

Ascolto, nel divenire dei giorni, i silenzi che in me si alternano a urla sguaiate, terribili, lugubri, senza fine. La smania d’agire tormenta il mio tempo privo d’azione…e, dunque, scrivo. Scrivo per dimenticare che la mia strada è altrove, per ricordarmi che la speranza è sì un buon inizio ma è anche “una pessima cena”, volendo parafrasare Francesco Bacone e il suo celebre aforisma. Scrivo perché per me è un modo di essere, il mio modo d’esistere e distinguermi, di (ri)trovare me stessa all’interno di una massa contorta di fili sottili, d’avvenimenti spesso privi di contenuto, altrettante volte effimeri, fugaci…

Come poter essere sazi d’azione, di momenti, di intimità e di gioie? Non sono mai abbastanza, non sono mai troppe.

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