La semina e il raccolto: umanità per amore

Tanto nel bene quanto nel male, questo incredibile anno sta per terminare, anche se con esso non è detto che problematiche, insoddisfazioni e casi limite vengano trascinati forzatamente in un dimenticatoio fatto ad hoc per l’occasione…in fondo, è pur sempre vero che le festività inducono, come pochi altri momenti all’anno, a stamparsi sul volto un sorriso di circostanza, maschere che all’occorrenza siamo costretti a indossare, se vogliamo evitare d’essere tartassati con domande e quesiti che hanno nell’indiscrezione il proprio alzabandiera personale. Si sa, convivialità è anche condivisione e, volenti o nolenti, si è messi nella scomoda posizione di dover fare i conti con quanto ci circonda, Continua a leggere

Lezioni hopperiane: l’Arte del Silenzio

Pandori e panettoni permettendo, oggi è uscito il mio articolo su L’Undici!

Se, fra un pranzo e l’altro, sentite il bisogno di staccare dalle urla dei cuginetti che non vedete da una vita o dalle ramanzine del santolo e/o della zia di turno, questo trafiletto illustrato può fare al caso vostro: Lezioni hopperiane, l’Arte del Silenzio.

Buona lettura…e buon viaggio!

compartimento c

[Edward Hopper, Compartimento C]

Oggi non scrivo…

Oggi non scrivo…ma ascolto.

Ascolto il battito del mio cuore fra pareti di cartapesta, sempre più velata e leggera, incredibilmente più sottile e fragile rispetto ai vecchi tempi passati. Una nuova autocoscienza ne è la causa preponderante, la disistima il suo potente accelerante. Il collante per queste veline di sentimento ed emozione? Continua a leggere

I non-riscontri, la non-vita, il mio tutto

È un periodo di insoddisfazione incurabile, quest’ultimo.

Sto diventando sempre più monotematica. Specializzata in “lamentologia applicata”, scriveranno un giorno. Forse. 

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Un treno chiamato Caducità

Ritorno a grande richiesta con un’altra poesia.

Rudi ne è l’autore, io sono soltanto l’umile tramite col mondo esterno: vedo il Bello e il Valevole, lo fiuto con intuito, lo inseguo con insistenza e, infine, lo trovo. Lo scovo in luoghi impensabili, in posti non ammantati d’incanto ma di sofferenza – perché, lo ripeto anche in questa sede, credo nella poetica della bellezza che ferisce, quella autentica, pura, vera, senza orpelli, quella che mozza il fiato e lo lascia lì, a metà. Non tutti concordano, ma in fondo non sto cercando assenso incondizionato: è l’ascolto senza indugi quello che perseguo con tenacia.

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Solo solitudine e poesia, cane della prateria!

Quando non mi sento centrata con me stessa e i miei desideri, quand’anche la terra sotto i piedi viene a mancare, quando una sensazione di precarietà si insinua fra me e i miei pensieri, e non mi permette di respirare se non con affanno, e mi stritola pericolosamente fra le sue spire, sento il bisogno irrefrenabile di buttarmi sulla poesia. Già, la Poesia.

È proprio nell’oscurità che ho scoperto l’apparente semplicità di Saba, l’analogia di Montale, la “gioia di scrivere” della Szymborska: tre autori associati ad altrettanti periodi per me impossibili da dimenticare, volente o nolente. È nella difficoltà e nella mancanza di prospettive che riscopro la Poesia, quella boccata d’aria fresca che ti brucia nei polmoni, che ti fa male quando inspiri ma che ti permette anche di vivere, di continuare a sperare. Nell’oggi, nel domani, all’infinito.

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Rodney Smith, il René Magritte del XXI secolo

Cielo lattiginoso, atmosfera ovattata. I sensi si acquietano, ogni impulso si placa. Le note di “Bette Davis Eyes” mi portano altrove: seguo il ritmo e scrivo, le dita smaltate che corrono sulla tastiera con misura e senza troppa fretta, il respiro placido, il battito regolare. La frenesia cittadina è lontana anni luce da me. Suggestioni oniriche si alternano a pensieri sottili, dove non c’è ordine apparente se non un inizio e una fine certi, quelli sì.

Non avrei potuto scoprire l’esistenza di Rodney Smith in una giornata più azzeccata di questa.

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Multitasking vs. singletasking…una cosa alla volta!

In questa placida domenica pomeriggio torniamo con le folgoranti opinioni di Annamaria Testa (su cui mi sono già soffermata in “Resilienza in divenire” – 3 dicembre 2014).

Oggi si parla di multitasking, e in particolare del giudizio fallace sul suo conto. Concetto utilizzato da sempre – perlomeno negli ultimi decenni – con accezione tipicamente positiva, più che altro perché in linea con la frenesia della cosiddetta (sedicente) modernità, ora è giunto il momento di ridimensionarne la portata e scoprirne gli effetti nocivi sulla nostra salute. Dalle stelle alle stalle, dunque. Apice e decadenza, apoteosi e crisi di uno dei pilastri fondanti della contemporaneità.

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