Madri che uccidono figli: un altro punto di vista

In alternativa alla mia visione del mondo così come esposta nel precedente articolo “Madri che uccidono figli”, propongo in qualità di contraltare “Non esistono mamme buone e mamme cattive”, scritto da Deborah Dirani (Donna prima, giornalista poi) e pubblicato ieri su Huffington Post Italia.

Perché un’informazione critica è un’informazione più completa, aggiornata e stimolante.

Qui di seguito il succitato articolo (le parti evidenziate in grassetto sono imputabili a me, mentre il contenuto è rimasto inalterato):

“Le mamme non nascono buone e non nascono mamme. L’errore di fondo sta tutto qui, o almeno sta qui nella società occidentale contemporanea che ha fatto dell’istinto materno una sorta di replica di Immacolata Concezione.

Le mamme non sono sante donne votate per natura a stare dietro ai loro figli: imparano a farlo e nella maggior parte dei casi questo le riempie di una gioia talmente grande da rendere sopportabili la stanchezza e la frustrazione che derivano dal rassegnarsi a diventare per sempre schiave dei loro figli.

Le mamme sono persone e le persone commettono errori incomprensibili ai quali si cerca di dare una spiegazione per mettersi al riparo dalla paura di commetterne uno analogo.

Così finisce che un infanticidio diventa più sopportabile per tutte le mamme del mondo se a commetterlo è stata una donna diversa: una donna piena di problemi. Una malata. Una in cui è impossibile identificarsi, una che è facile tenere mentalmente lontana da sé mentre si stampa il bacio della buonanotte sulla fronte di una diavoletto prepotente coi riccioli e la faccia da putto. Perché i bambini, in fin dei conti, sono gli esseri più inconsapevolmente prepotenti che esistano: sono il centro del loro mondo, è naturale ed è giusto, ma non sempre è sopportabile. La tirannia del bisogno è peggio di quella nordcoreana, le mamme lo sanno, anche se difficilmente accetterebbero di ammetterlo, perché da ogni bisogno che non riescono a soddisfare nasce un senso di colpa devastante.

E la nostra società non le aiuta in alcun modo: sei diventata mamma? Incastrati un’aureola sulla testa e lucidala ogni giorno, ma non chiedere a noi il Sidol. Arrangiati. Del resto se sei mamma dentro di te hai la soluzione ad ogni problema, anche a quel dolore che ti accompagna da sempre, anche a quella rabbia che ti porti dentro fin da quando sei venuta al mondo tu. Ora che sei mamma, anzi, hai l’occasione del tuo riscatto.
Palle.

Palle di una società antropocentrica e maschilista che si scrolla le spalle davanti all’inevitabile peso della genitorialità e ne fa una questione di istinto femminile. Perché quando un padre uccide un figlio è solo un uomo violento, un barbaro osceno ma accettabile. Ci sta, è nel conto delle cose: il maschio ammazza, la donna cura. E se non lo fa è un mostro incomprensibile, inaccettabile.

Questa mamma che sembra essere responsabile della morte di suo figlio, in un paese in cui alla mamma hanno intitolato una canzone struggente e infingarda, non ha trovato un solo tentativo di comprensione. Che è vero che è difficile comprendere quello che non si può controllare, quello che ipoteticamente potrebbe succedere ad ognuna di noi. Non c’è stata comprensione nella narrazione del dolore di questa giovane donna che a 17 anni si è ritrovata costretta in un ruolo che non voleva interpretare. Da sola con un bambino da crescere e un marito assente e una mamma, la sua, che anche oggi a distanza di anni la dipinge come un diavolo con i capelli messi in piega. Chi ha aiutato questa donna a imparare ad amare i suoi figli e il suo sfigatissimo destino? Chi le ha spiegato che i bambini a una certa età inizieranno a sfidare con perizia da cardiochirurgo la tua pazienza, per testare i loro e i tuoi limiti? E chi l’ha aiutata a capire che quella voglia di strozzare suo figlio, dopo l’ennesima sfida che le ha lanciato, è naturale? Perché lo è. Lo è quando si è stanche e i freni inibitori sono abbassati, quando si è sole e non si trova nessuno a cui appoggiarsi, lo è perché le mamme non sono per niente donne con l’aureola della pazienza e della santità.

La differenza tra questa, ancora presunta, infanticida e i miliardi di altre mamme sta nel fatto che lei avrebbe ceduto alla furia animalesca che gli altri miliardi di mamme sanno (per fortuna) controllare. Ma perdonate la sincerità: ostracizzarla, negandole ancora una volta la possibilità di venire accolta, non preserverà nessuna donna del mondo dal pericolo di perdere il controllo di sé e trasformarsi in una mamma che ammazza suo figlio. Perché è difficile da accettare, ma quel pericolo è reale e comune, ed è più facile che si materializzi in una società in cui le donne o sono sante o sono puttane. Comunque non sono mai semplici esseri umani.

Non apologia di un delitto né femminismo esasperato né tanto meno una freccia scoccata senza criterio. Questo articolo è più che altro un invito disperato alla presa di coscienza e all’immedesimazione nel prossimo, (presunto) colpevole o meno.

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