L’ “estetica della banalità”: la nuova frontiera della cultura italiana?

Leggendo con attenzione la “Lettera a Gustáv Husák” (1975) scritta con dovizia di particolari e coscienza critica da Václav Havel (all’epoca, il primo Segretario generale del Partito comunista di Cecoslovacchia; il secondo attivista politico nonché drammaturgo), non posso che riflettere sulla politica culturale italiana: penso alle centinaia (anche se propendo più per le migliaia) di libri non pubblicati nella nostra lingua che tematizzano argomenti particolarmente scottanti e di una certa rilevanza; penso a tutti quegli editoriali scritti da esperti di notoria competenza d’altre nazionalità che nel Bel Paese non figurano neanche navigando sulla rete; penso a tutte quelle pubblicazioni per lo più anglosassoni (ma non solo), talvolta inaccessibili e quasi mai tradotte; al contempo, penso alle beneamate Edizioni Adelphi e alla piccola editoria che fortunatamente non si fanno scoraggiare dalla generalizzante e uniformizzante linea ufficiale, introducendo presso il pubblico opere letterarie e filosofiche di gran pregio artistico e impegno civico, pensatori poco noti ma anche di grande influenza nel panorama culturale mondiale, e me ne rincuoro; penso a quella che Havel definiva come “estetica della banalità” cui sembrano votarsi gran parte dei titoli che vediamo spiccare in libreria fra montagne accuratamente accatastate di testi disposti a piramide e classifiche di vendita che si stagliano dinanzi all’entrata, titoli innocui e inoffensivi tanto di primo acchito quanto nei contenuti, tollerati e privi di ricaduta sull’autoconoscenza che ciascuno di noi dovrebbe maturare; penso al “culto della prudente mediocrità” e alla mancanza di curiosità, alla tendenza al livellamento e al “principio di levigazione” della mente, il cui scopo è quello di renderla “convenzionale”, apatica e inerte agli stimoli.

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