Solo solitudine e poesia, cane della prateria!

Quando non mi sento centrata con me stessa e i miei desideri, quand’anche la terra sotto i piedi viene a mancare, quando una sensazione di precarietà si insinua fra me e i miei pensieri, e non mi permette di respirare se non con affanno, e mi stritola pericolosamente fra le sue spire, sento il bisogno irrefrenabile di buttarmi sulla poesia. Già, la Poesia.

È proprio nell’oscurità che ho scoperto l’apparente semplicità di Saba, l’analogia di Montale, la “gioia di scrivere” della Szymborska: tre autori associati ad altrettanti periodi per me impossibili da dimenticare, volente o nolente. È nella difficoltà e nella mancanza di prospettive che riscopro la Poesia, quella boccata d’aria fresca che ti brucia nei polmoni, che ti fa male quando inspiri ma che ti permette anche di vivere, di continuare a sperare. Nell’oggi, nel domani, all’infinito.

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Riflessioni…sui generis!

“Generalista”.

È ciò che mi è stato detto ultimamente, non tanto in riferimento a me e alla mia persona, quanto in merito al mio blog e agli argomenti su cui mi piace spendere migliaia di parole…e chissà se per la fine dell’anno tocchiamo il milione di caratteri! Mmmm. La vedo dura. Meglio ridimensionarsi e tornare a noi.

“Generalista”…beh, mi ci ritrovo pienamente. Lo confesso: non ci avevo mai pensato e mai mi sarei definita tale, eppure quanto mi calza a pennello! Riflettendoci bene, sono stata intesa, (mal)compresa, interpretata, decodificata in mille e più modi, ma mai così.

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Se “normalità” è pazzia, allora sarò folle!

Oggi una cara amica mi ha fatta riflettere sul concetto di “normalità”. Ce n’è bisogno ovunque, a quanto pare. Che sia un bene imprescindibile o facoltativo, non v’è alcun dubbio.

È un periodo difficoltoso per tutti: oramai è nella “normalità” non sentirsi al 100% del proprio charme, della propria carica positiva, del proprio Io. Come una barra di caricamento inceppata per motivi di cui soltanto il Dio informatico è a conoscenza. In effetti, ultimamente mi sento così, sono così: “inceppata”, o meglio rallentata. Effetto dell’eccessivo stress? Non mi sorprenderebbe: recenti studi ritengono che stati d’affaticamento mentale, duraturo e prolungato, porterebbero a forme (del tutto curabili) di “deficit cognitivo”. Ebbene, io sguazzo “beatamente” in questa condizione di menomazione temporanea della personalità, in cui le proprie potenzialità vengono irrimediabilmente lese, i talenti smussati in difetto, le capacità danneggiate (anche se non in maniera irreparabile); le parole vengono meno, così come le idee originali, e quanto di attivo rimane si riduce a rimuginazioni continue, fastidiose e irritanti. Non pago, il deficit cognitivo (persino nelle sue forme più lievi, come nella fattispecie) intacca anche la qualità del pensiero, la sua fluidità, la sua intrinseca vitalità, la sua ricercatezza e finezza. Disabilità dello spirito.

Quale soluzione, or dunque?  Continua a leggere

Coesistenza pacifica

Sentirsi come un progetto ambizioso perennemente in nuce. Non realizzato, né compiuto: soltanto in parte abbozzato.

Vorrei che il sentimento comune fosse un altro, più entusiasta, più ottimista. Eppure, per quanto mi sforzi, scalfisco quest’impressione soltanto in superficie: la intacco di striscio, inutilmente. Sembra impalpabile, ma in realtà è come una seconda pelle, un’ombra persistente: inattaccabile, ferma e solida, dai contorni il più delle volte definiti, sempre presente ma senza volto. Mi segue, si ferma con me, mi accompagna ovunque, ma non mi prende delicatamente per mano. Infatti, come una presenza sgradita incontrata per strada, mi fissa ossessivamente: è asfissiante, morbosa. Conoscerla è stato un colpo al cuore; riconoscerne l’esistenza un atto di coraggio; sconfiggerla ed eliminarla il mio più alto obiettivo. Infine, ho semplicemente imparato a conviverci: “coesistenza pacifica” è divenuto il mio motto, una condizione che non è possibile soltanto nelle relazioni di potere interstatali, ma anche nella vita di tutti i giorni. Ora lo so. La consapevolezza non è l’anticamera dell’azione, in fin dei conti? Continua a leggere

Essere e tempo: una pausa fra dovere e sostanza

Oggi non riesco davvero a fare a meno di pensare che è da più di un anno che studio ininterrottamente (e con “ininterrottamente” intendo dire che ogni sacrosanto giorno l’ho trascorso con un manuale universitario in mano, che fosse per un’ora o per nove poco importa, anche se ammetto che l’ultima opzione è quella che più si avvicina alla realtà dei fatti).

Volendo fare un calcolo approssimativo con calcolatrice alla mano, senza tener in debito conto l’eccezionalità degli anni bisestili, si parla di 52 settimane, 365 giorni, 8760 ore, 525600 minuti, 31536000 secondi. Niente male, insomma.

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