Riflessioni…sui generis!

“Generalista”.

È ciò che mi è stato detto ultimamente, non tanto in riferimento a me e alla mia persona, quanto in merito al mio blog e agli argomenti su cui mi piace spendere migliaia di parole…e chissà se per la fine dell’anno tocchiamo il milione di caratteri! Mmmm. La vedo dura. Meglio ridimensionarsi e tornare a noi.

“Generalista”…beh, mi ci ritrovo pienamente. Lo confesso: non ci avevo mai pensato e mai mi sarei definita tale, eppure quanto mi calza a pennello! Riflettendoci bene, sono stata intesa, (mal)compresa, interpretata, decodificata in mille e più modi, ma mai così.

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Oracolo, mon amour!

Fermi tutti!

Rob Brezsny.

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Vi dice qualcosa? Allora non potete fare a meno di leggere questo articolo! (Ovviamente è utile anche per chi non dovesse conoscerlo: colmare le proprie lacune o semplicemente dedicarsi un attimo d’amor proprio per espandere la propria cultura generale, non ha prezzo, soprattutto in rete!)

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, si tratta del curatore dell’oroscopo di Internazionale (crogiuolo di notizie provenienti dal mondo intero, raccolta di stralci di giornale, articoli dei quotidiani più popolari del globo su politica estera, ecologia, curiosità, opinioni, attualità).

Ah, l’oroscopo! Un mucchio di sciocchezze e fandonie!Ebbene, NO! Questo è speciale, diverso, particolare, atipico. Non ci sono Saturno o Giove, non figurano neanche i tanto quotati Marte e Venere, con buona pace dei rimanenti cinque pianeti.

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Madri che uccidono figli: un altro punto di vista

In alternativa alla mia visione del mondo così come esposta nel precedente articolo “Madri che uccidono figli”, propongo in qualità di contraltare “Non esistono mamme buone e mamme cattive”, scritto da Deborah Dirani (Donna prima, giornalista poi) e pubblicato ieri su Huffington Post Italia.

Perché un’informazione critica è un’informazione più completa, aggiornata e stimolante.

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Madri che uccidono figli

Samuele, Mirko, Gabriele, Federico, Carmine: sono nomi comunissimi dietro ai quali, però, si celano storie lungamente sottaciute d’ordinaria follia. Sono i nomi di bambini che oggi non ci sono più, scomparsi nel più drammatico dei modi, assassinati dalle proprie madri. Finale sempre più scontato, atto conclusivo della tragedia della quotidianità: non vi è palco, né copione, ma la sceneggiatura e i retroscena sono sempre gli stessi. Oggi, a questi nomi se ne aggiunge un altro, quello di Loris Andrea Stival.

“È colpa della depressione”, dicono. “Ultimamente stava molto male, mi sembrava più tesa”, cercano quasi di giustificare. Infine, l’immancabile “È sempre stata tranquilla, una brava persona, così gentile e generosa!”…e mi fermo qui, nell’estremo tentativo di evitare d’approfondire quello che oramai è diventato (è quasi una moda definirlo così) un mero schifo. Sì, schifo. Ad asserire con leggerezza frasi così insulse (insulse perché ex post), è la gente comune, quella che rimpingua acriticamente le file del “popolino”, quella che appare quasi ignara della gravità della situazione che ha dinanzi, quella che riferisce spesso e volentieri di “malessere esistenziale” dei sospettati senza aver fatto mai nulla in vita propria per evitare il dramma consumato a pochi passi da casa. Gente che sa ma non agisce, che immagina ma preferisce non approfondire; gente che si consuma nella propria inconsistenza e che trova nel trionfo della banalità del proprio quotidiano un rifugio dal Male. Che è là fuori teoricamente, che spesso si sottrae alla vista. E se fosse “dentro”, più vicino di quanto si pensi?

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Se “normalità” è pazzia, allora sarò folle!

Oggi una cara amica mi ha fatta riflettere sul concetto di “normalità”. Ce n’è bisogno ovunque, a quanto pare. Che sia un bene imprescindibile o facoltativo, non v’è alcun dubbio.

È un periodo difficoltoso per tutti: oramai è nella “normalità” non sentirsi al 100% del proprio charme, della propria carica positiva, del proprio Io. Come una barra di caricamento inceppata per motivi di cui soltanto il Dio informatico è a conoscenza. In effetti, ultimamente mi sento così, sono così: “inceppata”, o meglio rallentata. Effetto dell’eccessivo stress? Non mi sorprenderebbe: recenti studi ritengono che stati d’affaticamento mentale, duraturo e prolungato, porterebbero a forme (del tutto curabili) di “deficit cognitivo”. Ebbene, io sguazzo “beatamente” in questa condizione di menomazione temporanea della personalità, in cui le proprie potenzialità vengono irrimediabilmente lese, i talenti smussati in difetto, le capacità danneggiate (anche se non in maniera irreparabile); le parole vengono meno, così come le idee originali, e quanto di attivo rimane si riduce a rimuginazioni continue, fastidiose e irritanti. Non pago, il deficit cognitivo (persino nelle sue forme più lievi, come nella fattispecie) intacca anche la qualità del pensiero, la sua fluidità, la sua intrinseca vitalità, la sua ricercatezza e finezza. Disabilità dello spirito.

Quale soluzione, or dunque?  Continua a leggere

Coesistenza pacifica

Sentirsi come un progetto ambizioso perennemente in nuce. Non realizzato, né compiuto: soltanto in parte abbozzato.

Vorrei che il sentimento comune fosse un altro, più entusiasta, più ottimista. Eppure, per quanto mi sforzi, scalfisco quest’impressione soltanto in superficie: la intacco di striscio, inutilmente. Sembra impalpabile, ma in realtà è come una seconda pelle, un’ombra persistente: inattaccabile, ferma e solida, dai contorni il più delle volte definiti, sempre presente ma senza volto. Mi segue, si ferma con me, mi accompagna ovunque, ma non mi prende delicatamente per mano. Infatti, come una presenza sgradita incontrata per strada, mi fissa ossessivamente: è asfissiante, morbosa. Conoscerla è stato un colpo al cuore; riconoscerne l’esistenza un atto di coraggio; sconfiggerla ed eliminarla il mio più alto obiettivo. Infine, ho semplicemente imparato a conviverci: “coesistenza pacifica” è divenuto il mio motto, una condizione che non è possibile soltanto nelle relazioni di potere interstatali, ma anche nella vita di tutti i giorni. Ora lo so. La consapevolezza non è l’anticamera dell’azione, in fin dei conti? Continua a leggere

Essere e tempo: una pausa fra dovere e sostanza

Oggi non riesco davvero a fare a meno di pensare che è da più di un anno che studio ininterrottamente (e con “ininterrottamente” intendo dire che ogni sacrosanto giorno l’ho trascorso con un manuale universitario in mano, che fosse per un’ora o per nove poco importa, anche se ammetto che l’ultima opzione è quella che più si avvicina alla realtà dei fatti).

Volendo fare un calcolo approssimativo con calcolatrice alla mano, senza tener in debito conto l’eccezionalità degli anni bisestili, si parla di 52 settimane, 365 giorni, 8760 ore, 525600 minuti, 31536000 secondi. Niente male, insomma.

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Manifesto dell’Essere: bianco e nero

Una perfetta unità, la ricerca di un sistema coerente sono segno di una vita personale povera di risorse, schematica e insulsa, come lo sono anche le contraddizioni dovute all’estro del momento o al paradosso facile. Solo le grandi e insidiose contraddizioni, le insolubili antinomie testimoniano una vita spirituale feconda, perché soltanto in esse il flusso e l’abbondanza interni trovano modo di realizzarsi.

(Emil Cioran, Contraddizioni e inconseguenze)

Essere o non essere: questo è il problema. Ebbene, io ho deciso di “non essere” temporaneamente per poter “essere” e stare qui e ora, perché l’azione mi è impedita… Per fortuna, il Pensiero, quello sì, sopravvive, capace di mirabolanti imprese, così come di passività “a comando”: in questo contesto non ho molte alternative.

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L’Uomo di Luce, fra fotografia e arti figurative

Oggi, dopo mesi e mesi di imperdonabile digiuno artistico, seppur motivato da impegni di varia natura (faccio ugualmente un mea culpa, “dovuto” se non altro alla fatal manchevolezza del caso), ho colto al volo un invito che non potevo proprio rifiutare…ed ecco che, in men che non si dica, ho avuto il piacere di visitare una splendida retrospettiva, ambientata in uno degli spazi museali più suggestivi di tutto il Friuli-Venezia Giulia (Villa Manin, Passariano, Codroipo, UD) e dedicata a uno dei tanti (ahimè, non molto conosciuti) talenti del secolo scorso, Man Ray (pseudonimo di Emmanuel Radnitzky, 1890-1976), letteralmente “uomo raggio”.

Chi è costui? Probabilmente molti fra voi non ne hanno mai sentito parlare, né accennarne alcunché, né tanto meno nominarne distrattamente le opere…eppure si tratta di un artista estremamente poliedrico, sperimentale, sensoriale e proteiforme come pochi, nonché autore di grande rilievo in svariati ambiti, fra cui cinema (ovviamente d’avanguardia), fotografia (celebri sono le sue rayographs), arti figurative e plastiche (tra pittura e creazione/assemblaggio d’oggetti). Chi non ha mai visto, perlomeno di straforo, il suo capolavoro per eccellenza, Le Violon d’Ingres?

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Resilienza in divenire

Bazzicando qua e là sulla rete fra innumerevoli pagine e altrettanti siti, ho scovato con mio gran stupore un utilissimo articolo dalla carica espressiva a dir poco straordinaria, essenzialmente perché speranzoso a non finire e illuminante come pochi altri, forse per il semplice fatto d’essere stato scritto senza troppe pretese o velleità, redatto con rigore, ottimi spunti ed un pizzico di inventiva… Una miscela esplosiva, l’ideale punto di partenza per una riflessione a tutto tondo, un articolo talmente ricco di contenuti che tutti (ma proprio TUTTI) dovrebbero leggere: chi per dare una sferzata di brio alla propria vita, chi per consolazione interiore, chi per trascorrere il tempo usufruendone adeguatamente senza sprecarlo in inutili facezie, chi per pura necessità, chi per ritrovare fiducia nell’attesa, energia nell’aspettativa, lungimiranza nell’indugio…insomma, LEGGETELO (e guardatene tutti gli inserti, contributi video e non: http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2014/12/02/ostacoli-creativi)!

Il titolo scelto da Annamaria Testa (esperta in creatività e comunicazione, docente alla Bocconi di Milano e opinionista su Internazionale, nonché curatrice del sito Nuovo e utile – Teorie e pratiche della creatività e autrice dell’articolo in oggetto) è eloquente già di per sé: Ostacoli creativi non sembra aver bisogno d’ulteriori presentazioni. Di primo acchito potrebbe sembrare quasi un ossimoro, uno errore (orrore?) dettato da pura sbadataggine, un abbaglio concettuale, una mera svista frutto di una disattenzione più che madornale…eppure non è così. Annamaria ce lo dice sin dalle prime battute:

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