La semina e il raccolto: umanità per amore

Tanto nel bene quanto nel male, questo incredibile anno sta per terminare, anche se con esso non è detto che problematiche, insoddisfazioni e casi limite vengano trascinati forzatamente in un dimenticatoio fatto ad hoc per l’occasione…in fondo, è pur sempre vero che le festività inducono, come pochi altri momenti all’anno, a stamparsi sul volto un sorriso di circostanza, maschere che all’occorrenza siamo costretti a indossare, se vogliamo evitare d’essere tartassati con domande e quesiti che hanno nell’indiscrezione il proprio alzabandiera personale. Si sa, convivialità è anche condivisione e, volenti o nolenti, si è messi nella scomoda posizione di dover fare i conti con quanto ci circonda, considerando specialmente le anomalie e le questioni scottanti delle nostre vite, cui non è riconosciuto alcun diritto all’oblio: i parenti vogliono sapere tutto, dettagli inclusi. Non si scampa. Il giudizio è dietro l’angolo, attende incombente, come una spada di Damocle da cui non si fugge tanto facilmente.

Non c’è pace, insomma: sempre una battaglia da combattere, una caduta accidentale da cui rialzarsi, qualche lotta funesta da affrontare, un ostacolo da saltare (nonchalance permettendo), provocazioni che frenano insidiosamente il nostro libero fluire (oppure ostinate intimazioni da parte del Fato per permetterci di rivalutare le scelte fatte?), eppure…rimane il fatto che si raccoglie ciò che si semina. Quanta verità in così semplici parole, quanta saggezza popolare trasmessa di lustro in decennio, quante lezioni da apprendere negli annali dei nostri avi!

Amori che vanno e vengono (le parole di supporto non si lesinano), certezze che lasciano il passo a deboli sprazzi di speranza, incongruenze che scelgono di sostituirsi a dati di fatto, miti che cadono, nuovi capisaldi che si riaffermano, baluardi di sanità mentale che si stagliano al di sopra di una landa desolata che, sciolta la brina dai cuori, riacquista quella mitezza necessaria alla sopravvivenza…

Durante quest’ultimo periodo, ho avuto modo di confrontarmi con persone dalle storie più disparate, collegate tutte (drammaticamente) da un unico comun denominatore: l’insicurezza. Da cosa è alimentato cotanto malessere in quella che dovrebbe essere l’età del benessere? Com’è che l’era digitale per eccellenza, super rinomata e iper esaltata, sembra sempre meno capace di supplire alle lacune e alle mancanze che tempestano furiosamente il nostro vivere?

La risposta più elementare, forse la più ovvia ma comunque la meno innegabile, non può che essere una e una soltanto: il problema fondante è la perdita d’umanità. Oltre sette milioni di esseri umani (indubbiamente il dato demografico più alto della storia) non implicano necessariamente un aumento in termini di solidarietà, senso civico, responsabilità sociale, empatia e/o capacità d’immedesimazione. Purtroppo.

Le nuove tecnologie la fanno da padrone, ma non tutto il male viene per nuocere e, a dirla tutta, non è certo mia intenzione ostracizzare le grandiose opportunità che il progresso tecnico-scientifico ha creato a velocità a dir poco supersonica; anzi, in certi ambiti d’applicazione, quest’ultime dovrebbero essere ampiamente – e intelligentemente – sfruttate, proprio perché rappresentano il perno su cui si basa il villaggio globale di cui facciamo parte. Occorre adattarsi e stare al passo coi tempi, pur sempre mantenendo intatte la propria intimità e la propria sfera privata.

Ciò che trovo vergognoso è, invece, la tendenza dell’uomo a facilitare la propria vita in tutto e per tutto, a cominciare dalle interazioni umane fino ad arrivare alle più minime sfaccettature dell’Io inconscio. Si pretende di semplificare persino l’impensabile, di avere una risposta pronta per tutto, ma ciò che è più grave è che anche i sentimenti vengono ricondotti a clichés insipidi, luoghi talmente comuni da disarmare anche l’individuo più cinico per la loro incoerenza, mentre i rapporti sono sempre più spesso imperniati su servizi di messaggistica istantanea (non per comodità, quanto più che altro per immaturità relazionale). Insomma, a essere semplificati sono sentimenti, persone, avvenimenti, emozioni, materiale magmatico che scaturisce dal più profondo recesso del petto e che si cerca spudoratamente di razionalizzare…questo perché mostrare al mondo le proprie fragilità, non è più considerata una forma di grande onestà intellettuale né un coraggioso atto di trasparenza (se paragonato ai torbidi fatterelli di cui abbiamo notizia giorno dopo giorno). Manifestare la propria essenza è oramai una forma di debolezza. In caso contrario, produce stupore; nella migliore delle ipotesi, meraviglia. Ed è proprio questa che vado cercando: stupore negli occhi di chi mi osserva senza pregiudizio, con buoni propositi e piena disponibilità.

Per fortuna, c’è anche chi si fa “portavoce d’umanità”, dispensando generosità e gentilezza, compassione e comprensione: una tendenza che, seppur minoritaria nel panorama quotidiano, ha il merito di mantenere in vita quello spirito fraterno di cui spesso sentiamo così tanta nostalgia. Lo “zoccolo duro”, inesauribile, che rende alcuni uomini grandi Uomini, alcune menti esempi di virtù.

Umanità sempre più bistrattata, negli anni sempre più insultata con una recrudescenza che ha dell’inconcepibile. Insensibilità e crudeltà inusitate tendono ad attraversare trasversalmente l’intera società, senza pietà, indiscriminatamente.

Il 2014 è agli sgoccioli e, come ogni anno, mi aspetto non soltanto di raccogliere ciò che con tanta fatica e sudore ho seminato, ma vorrei anche che non ci si sorprendesse più per un sorriso regalato, per una chiacchera rubata, per una parola ricolma di calore, per una parvenza di sincera emozione. Mi piacerebbe che ci si prodigasse spontaneamente in umanità per vivacizzare la propria vita: vorrei che quelle tavolozze d’artista relegate in mansarda fossero rispolverate, i suoi colori rimestati. Vorrei vedere meno smartphone accesi e più sguardi assorti in conversazioni, meno tablet e più menti intente ad accogliere un moto d’ispirazione…meno tecnologia e più umanità. Me lo auguro ogni anno, un nodo al fazzoletto che ripropongo sempre a me stessa e che mai mi stuferò di perorare dinanzi ad altri. Insomma, non si sa mai…e l’immancabile Rudi ce lo fa intendere così, in una sua recentissima creazione.

Campi di grano

Non si sa mai…

Sono entrato nel mio cuore,

ed ho chiuso la porta:

alle storie di ogni giorno

alla vita quotidiana

al pensiero condiviso.

 

Sono entrato nei miei sensi,

ed ho chiuso la finestra:

ai colombi titubanti

a quell’aria illuminante

ed al cielo sempre terso.

 

Sono entrato nei miei sogni,

ed ho chiuso il lucernario:

alla pioggia rinfrescante

alle stelle così chiare

ed al vento conciliante.

 

Sono entrato nell’amore,

nel rifugio della serra:

ho reciso tutti i fiori

ho scavato la mia fossa,

ma ho tenuto il badile.

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2 thoughts on “La semina e il raccolto: umanità per amore

    • Caro Rinaldo, quale piacere ricevere un tuo riscontro! Ebbene, Guccio mi assiste e con lui tutta una compagine di menti e spiriti affini…insomma, gli articoli non possono che nascere sotto una buona stella con tali presupposti!
      Leggerezza a parte, si tratta di “impressioni in successione”, brevi frammenti di vissuto personale che dal mio caso specifico possono essere traslati anche a terzi…spero i lettori ci si ritrovino!

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