I non-riscontri, la non-vita, il mio tutto

È un periodo di insoddisfazione incurabile, quest’ultimo.

Sto diventando sempre più monotematica. Specializzata in “lamentologia applicata”, scriveranno un giorno. Forse. 

Due constatazioni, due verità, l’una conseguenza dell’altra in un circolo vizioso di carenze e lacune che si protraggono all’infinito. Una malattia dell’anima.

Non certo un articolo appetibile, quello d’oggi; nemmeno popolare, lo so. Non sarà letto che da pochissimi fra voi, probabilmente soltanto da me, e non mi è difficile immaginare che a “insoddisfazione” molti avranno già cliccato su quella sciagurata X che nel linguaggio computeristico significa semplicemente “CHIUDI”. Insomma, non sarebbe la prima volta.

In fondo, chi non si è mai sentito annullato, cancellato, messo da parte ed evitato con estrema noncuranza? E che saranno mai delle parole a vanvera in più nell’immenso universo della blogosfera?! Mea culpa su tutta la linea, ma continuo imperterrita. Sono testarda, sono fatta così…

…proseguiamo. Consapevole dello scarso livello di certi pensieri su cui rimugino da giorni – giorni che si sono tramutati in mesi, per poi divenire anni che di certo nessuno mi restituirà, scrivo, riporto, mi aggiorno e informo, mai sazia di ciò che accade nel mondo: lo faccio, ma in modo atipico. Non mi piace, ma non voglio più salvare le apparenze: l’ho fatto a lungo, fin quasi arrivare ad assuefarmene – fortunatamente non del tutto. Così, sono giunta alla conclusione che scontrarmi col mondo è più semplice che incontrarmi con esso: battaglie senza esclusione di colpi e sconfitte preventivate, sono sì grossi rospi da ingoiare ma a lungo andare non diventano altro che parte di quel fatale gioco a scacchi che si intavola inconsciamente col Destino.

scacchi

Alle volte, nutrire basse aspettative (o il non averne proprio) può rivelarsi una forma di autotutela, non sicuramente una strategia vincente, ma migliore di tante altre, questo sì. Scacco matto.

Sono così stanca di fare buon viso a cattivo gioco! Sempre nell’occhio del ciclone, in quella regione di calma apparente, priva di nubi eppure al contempo circondata da temporali che furoreggiano ai lati, ovunque si guardi, in qualsiasi direzione…per l’appunto, immobile, statica, limitata nel movimento, spazzata via da un rapido turbinio di emozioni senza fine. Nel tritacarne della vita, di quell’esistenza costellata d’automatismi e sciocchezze, di falsi problemi e illazioni dalle più strampalate a quelle meno comprovate.

ciclone

Ci nutriamo troppo spesso di congetture, stando sdraiati sul divano di casa; ci affacciamo sempre meno alle finestre che danno sul mondo: lo schermo rimpiazza ogni bisogno d’esperire delusioni e felicità, piccole gioie e amarezze sulla propria pelle – funge meglio da paraocchi, ci permette di guardare ciò che vogliamo, in maniera settoriale e selettiva, ci dà la parvenza di una minima (seppur misera) libertà di scelta. Continuiamo sulla stessa falsariga di mediocrità, in mancanza d’alternative migliori. Ci accontentiamo di quello che c’è, perché non sempre è possibile crearsi dal nulla opportunità feconde, specialmente se il substrato di base è sterile, povero di circostanze fortuite.

La verità è che non si può sempre scegliere cosa vivere, come vivere, con chi e con quali mezzi farlo, né tanto meno ci è sempre fornito un forte “perché” che indirizzi e guidi le nostre decisioni. Ed ecco che si scivola in uno stato di comatosa indifferenza verso il prossimo, crudele misantropia che (ri)conosce le ristrettezze del vivere sociale, “i non riscontri” di cui parla il mio caro amico Rudi: Lui, che alla vita tanto ha dato senza ottenere molto, tanto ha cercato senza riuscire a trovare, tanto ha amato e spesso sofferto, tanto ha provato e tanto ha visto togliersi.

Vorrei un paio d’occhiali da sole che non mi facciano più scorgere il gelo nel mio cuore, quell’inabilità ormai cronica nel sorridere, quell’involuzione nei rapporti interpersonali che sempre ho temuto e che ora, verificatisi, mi straziano senza pietà.  Vorrei vivere d’inconsapevolezza per maggiore praticità, per non dover fare i conti con quell’ipersensibilità che mi tormenta, per non farmi tutti quegli scrupoli che oramai, quasi anacronistici, neanche vanno poi tanto in voga.

I non riscontri (aprile 1982)

Non voglio vedere il mondo

che dietro ad occhiali da sole,

all’imbrunire,

 

per non poter distinguere,

chiaramente,

le cose della vita…

 

per non poter capire,

grazie alla miopia,

le verità della gente;

 

per non voler sapere,

grazie alle mie paure,

niente,

di questa terra.

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6 thoughts on “I non-riscontri, la non-vita, il mio tutto

  1. Quando ci leggiamo l’un l’altro senza conoscerci e senza conoscere i contesti, ci facciamo dei gran film. Così finio per fare assomigliare a noi una persona che è completamente diversa. Mi rendo conto che questo monè un commento, è solo ciò che ho pensato leggendoti. Chissà.

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  2. Mi sono immedesimato nel tuo scritto ed una cosa mi è venuta in mente. Spesso congeliamo il cuore per non venire feriti, ergiamo un muro per proteggerci. Ma siamo certi che questa sia la via migliore per star meglio? Credo proprio di no.. e lo credo anche a mie spese

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    • Concordo! Diciamo che anche per me non è sicuramente un superlativo assoluto, quanto piuttosto un superlativo relativo. Difatti, non è la strategia migliore da adottare generalmente parlando, questo è vero, eppure nel mio contesto si tratta dell’unica via percorribile, perlomeno l’unica che scorgo nel mio ventaglio di possibilità…mi fa sentire fragile e protetta: un cristallo al sicuro in una teca di vetro scossa dal vento…

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