Un treno chiamato Caducità

Ritorno a grande richiesta con un’altra poesia.

Rudi ne è l’autore, io sono soltanto l’umile tramite col mondo esterno: vedo il Bello e il Valevole, lo fiuto con intuito, lo inseguo con insistenza e, infine, lo trovo. Lo scovo in luoghi impensabili, in posti non ammantati d’incanto ma di sofferenza – perché, lo ripeto anche in questa sede, credo nella poetica della bellezza che ferisce, quella autentica, pura, vera, senza orpelli, quella che mozza il fiato e lo lascia lì, a metà. Non tutti concordano, ma in fondo non sto cercando assenso incondizionato: è l’ascolto senza indugi quello che perseguo con tenacia.

Rudi non ha più bisogno di presentazioni (vedi “Solo solitudine e poesia, cane della prateria!”); suppongo neppure io. Sappiate che continuo a nutrirmi di parole, che colpiscono, percuotono e sussultano di vita. E ancora una volta parliamo di una vita, la sua. Ma potrebbe essere la mia, come quella di molti fra voi.

Chi infatti non si è mai sentito come Rudi? Chi non ha mai camminato su quei “cocci aguzzi di bottiglia” cui rimanda magistralmente Montale? Chi non si è mai sentito smarrito, umiliato, irritato, bistrattato, soffocato, schiacciato, annientato, insultato a suon d’insulsaggini senza fondamento? Chi non ha mai provato quella terribile sensazione d’essere rinchiuso all’interno di una gabbia dorata, con dentro un’unica chiave per poi accorgersi che il lucchetto da aprire non combacia? Chi non si è mai sentito così, profondamente in bilico sopra un muro diroccato, che si sgretola ancor prima del proprio passaggio? Chi non si è mai trovato lambito dalle fiamme di un rogo d’ideali, principi, insegnamenti, credenze e convinzioni andate in malora?

Caducità. Provvisorietà. Un treno che parte con ritardo, un treno che si ferma all’improvviso, un treno che deraglia violentemente, un treno che prima o dopo giungerà alla meta. Un treno come quello di Rudi.

Un treno chiamato Vita.

treno

Savona (dicembre 1981)

Il solito treno,

i soliti ricordi.

Scorrono nel mondo e nei meandri dell’incosciente e tenebroso io.

E li freno, dolci e molli,

soffici e carezzevoli, come un piccolo leone,

che crescerà.

Angosciante e smisurato,

feroce e terribile,

crescerà.

Bestiali e struggenti torture della mia malignità,

che mi faran morire,

e rivivere.

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