Multitasking vs. singletasking…una cosa alla volta!

In questa placida domenica pomeriggio torniamo con le folgoranti opinioni di Annamaria Testa (su cui mi sono già soffermata in “Resilienza in divenire” – 3 dicembre 2014).

Oggi si parla di multitasking, e in particolare del giudizio fallace sul suo conto. Concetto utilizzato da sempre – perlomeno negli ultimi decenni – con accezione tipicamente positiva, più che altro perché in linea con la frenesia della cosiddetta (sedicente) modernità, ora è giunto il momento di ridimensionarne la portata e scoprirne gli effetti nocivi sulla nostra salute. Dalle stelle alle stalle, dunque. Apice e decadenza, apoteosi e crisi di uno dei pilastri fondanti della contemporaneità.

In fondo, ogni cosa lascia il tempo che trova, ieri, oggi, come domani: è la teoria della ciclicità. Nuove ipotesi subentrano a quelle più obsolete, nuove evidenze superano di gran lunga quelle più anacronistiche, e così via. E’ un cerchio che si chiude e si riapre di continuo, per fortuna. Ed è pacifico.

Portrait of a business man doing too many work against grey

[immagine tratta dal sito elitedaily.com]

Da quando in qua fare più cose contemporaneamente è sintomo di maggiore intelligenza? E se fosse semplicemente una questione di adattamento alle circostanze? E se fosse invece davvero sinonimo di elevato Q.I., in virtù della capacità di saper coniugare l’utile al dilettevole, e viceversa?

Studi recenti smentiscono questa versione dei fatti, a tratti arrivando persino a demonizzare il multitasking come connesso a depressione e ansia: che sia una causa o una conseguenza di questa pratica, è ancora un mistero – la consequenzialità fra i due termini è difficile da individuare con certezza epistemica.

Dal canto suo, Sandra Bond Chapman, fondatrice del Center for brain health dell’Università di Dallas, è pienamente convinta della loro correlazione ed è su basi nientepopodimeno che scientifiche che afferma come il multitasking non solo accresca i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress, NdA), ma non consentirebbe neanche di velocizzare il da farsi quotidiano, lasciandoci in preda alla disorganizzazione più totale, dinanzi all’incombente tran-tran e a decine di attività incompiute, in sospeso per mancanza di razionalizzazione e concentrazione. A tal proposito, l’Università di Stanford dà man forte alla collega di Dallas, con cifre e dati alla mano.

Con queste premesse, la Chapman non può che profondersi in un elogio in piena regola del single-tasking (nel libro Make your brain smarter): facendo una cosa alla volta e dando tempo al tempo, non solo si migliorerebbero le proprie prestazioni, ma si preverrebbe anche il temibilissimo declino cognitivo precoce. Lei stessa spiega che “l’essere costantemente connessi causa un rilascio di dopamina nel cervello che può creare dipendenza e che rende incessante il bisogno di velocità e nuovi stimoli”. Una frenesia che non apporta certo risultati di qualità, specialmente a lungo andare.

Dunque, incertezza, senso di impotenza, preoccupazione, angoscia e nervosismo sarebbero gli infausti elementi che accomunano tutti i multitaskers degni di questo nome; impulsività e decisioni prese in nome dell’irrazionalità più incontrollabile, ne sono i tratti più palesi.

Da qui la martellante campagna che peroro a favore della lentezza. Elogiata o bistrattata, che riguardi la cucina o la politica, i processi decisionali nel quotidiano oppure lo studio, si tratta di un modus vivendi che va assolutamente riscoperto per i suoi innegabili benefici, per la sua carica positiva.

Quanto sarebbe meno controproducente se ci prendessimo del tempo per sviluppare un approccio più salutare e meno affannoso nei confronti della vita?

Pensateci bene, ma con calma.

Non c’è fretta. Almeno non oggi. Una cosa alla volta.

(Per una panoramica più ampia, vi invito a leggere l’articolo-fonte per intero, senza dimenticare i contributi a link ulteriori: http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2014/12/12/una-cosa-alla-volta-e-meglio)

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