Se “normalità” è pazzia, allora sarò folle!

Oggi una cara amica mi ha fatta riflettere sul concetto di “normalità”. Ce n’è bisogno ovunque, a quanto pare. Che sia un bene imprescindibile o facoltativo, non v’è alcun dubbio.

È un periodo difficoltoso per tutti: oramai è nella “normalità” non sentirsi al 100% del proprio charme, della propria carica positiva, del proprio Io. Come una barra di caricamento inceppata per motivi di cui soltanto il Dio informatico è a conoscenza. In effetti, ultimamente mi sento così, sono così: “inceppata”, o meglio rallentata. Effetto dell’eccessivo stress? Non mi sorprenderebbe: recenti studi ritengono che stati d’affaticamento mentale, duraturo e prolungato, porterebbero a forme (del tutto curabili) di “deficit cognitivo”. Ebbene, io sguazzo “beatamente” in questa condizione di menomazione temporanea della personalità, in cui le proprie potenzialità vengono irrimediabilmente lese, i talenti smussati in difetto, le capacità danneggiate (anche se non in maniera irreparabile); le parole vengono meno, così come le idee originali, e quanto di attivo rimane si riduce a rimuginazioni continue, fastidiose e irritanti. Non pago, il deficit cognitivo (persino nelle sue forme più lievi, come nella fattispecie) intacca anche la qualità del pensiero, la sua fluidità, la sua intrinseca vitalità, la sua ricercatezza e finezza. Disabilità dello spirito.

Quale soluzione, or dunque?  Credo nel potere taumaturgico della lettura, ma anche del riposo mentale e del sorriso. Mio malgrado, non sono avvezza a questi termini, eccettuando il primo il cui ruolo nella mia vita riesco eccezionalmente a preservare, se non altro per non soccombere del tutto. Rari sono i contesti in cui tutti e tre questi elementi convivono all’unisono, se non in quei sogni di soave grazia…

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[Edgar Degas, Young Girl Reading on the Floor, 1889]

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[photo by Rodney Smith]

Insomma, vorrei che libri, riposo e sorrisi facessero parte della mia normalità, nulla più. È mai possibile che sia diventato così complicato coniugare passione, sospensione di giudizio/incredulità/dubbio (seppur non nel senso dato da S.T. Coleridge) e distensione interiore? Possibile che la frenesia dei nostri tempi sia così vorace da fagocitare al suo interno tutto senza se e senza ma? Oppure…

…oppure è questione di prospettiva. Se mal impiegata, la normalità può travolgerci come il suo opposto (basti pensare all’alienazione dettata da abitudini, regole e schemi ripetuti al ritmo chapliniano di “Tempi moderni”); se ben dosata, essa diviene un’irrinunciabile ancora di salvezza.

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[fotogrammi tratti da “Tempi moderni”, 1936]

In fondo, cos’è la normalità se non una forma di riconciliazione col creato, laddove nulla ci tocca e niente ci distrugge, in un sublime volteggiare su ali di gabbiano, piroettando qua e là con armonie da cigno, correndo a perdifiato su prati erbosi e colline verdeggianti, su sentieri tortuosi e spiagge d’oro placcate?

Grandi scrittori, emeriti filosofi e celebri pensatori si sono lambiccati il cervello per districare i fili di questo intrigante enigma, addivenendo a risultati contorti, paradossali, eterogenei e “decostruzionisti” nell’impossibilità di giungere a un’opinione univoca sul concetto che nulla ha di “normale” se non il nome. Ne ho scelto qualche esempio, sull’onda del sentire del momento:

Anormale. Non conforme alla media. Nel campo del pensiero e dell’azione essere indipendente equivale a essere anormale, ed essere anormale equivale a essere detestato. (Ambrose Bierce, scrittore e aforista statunitense, 1842-1914)

Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali. (Umberto Eco, filosofo e scrittore italiano di fama internazionale)

Mantenetevi folli, e comportatevi come persone normali. (Paulo Coelho, scrittore e poeta brasiliano)

Nulla al mondo è normale. Tutto ciò che esiste è un frammento del grande enigma. Anche tu lo sei: noi siamo l’enigma che nessuno risolve. (Jostein Gaarder, professore di filosofia e scrittore norvegese fra i più noti)

Un soggetto normale è essenzialmente uno che si mette nella posizione di non prendere sul serio la maggior parte del proprio discorso interiore. (Jacques Lacan, psichiatra, psicoanalista e filosofo francese, 1901-1981)

La normalità è conformità alle aspettative collettive. (Robert Maynard Pirsig, scrittore e filosofo statunitense)

Condivisibili o meno, questi stralci di pensiero aiutano a riflettere profondamente sul senso ultimo delle nostre azioni quotidiane e del nostro punto di vista (fin troppo rigido e spesso non oggetto di autoconfutazione né di messa in discussione altrui).

In particolare, non posso sfuggire all’ammaliante acutezza intellettuale dell’ultimo autore citato [Robert M. Pirsig], conosciuto specialmente per aver ideato il sistema MOQ (“Metafisica della Qualità”, Metaphysics of Quality), elaborata nei due libri “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” e “Lila: un’indagine sulla morale” – a cui in futuro spero di dedicare un post a parte. Per brevità, basti far riferimento al valore sommo della nostra società, che per Pirsig è l’idea di “qualità” (nei pensieri, nelle azioni, nei desideri): questi schemi intellettuali sono superiori a quelli più propriamente sociali (gerarchie, riti, mercati, culture). Lungi da me (e da Pirsig) ostracizzare le tradizioni locali e l’immaginario collettivo, fattori identitari irrinunciabili! A essere messa sul banco degli imputati è piuttosto la generale propensione a ritualizzare tutto, senza capire, senza comprenderne il significato alla fonte, senza un perché cosciente.

Conformità. Ritualità. Ripetitività. Monotonia. Fare-perché-si deve-e-non-perché-si-vuole. Infine Noia. Errando nel quotidiano, ne vedo a bizzeffe. Ho paura di scorgerne anche in me. Ecco perché non posso rimanere impassibile dinanzi a quello spirito ribelle, irriducibile in me. Chiamasi “voce della coscienza”, “interiorità”, “senso di colpa”, “atto d’amore autoreferenziale”…onestamente, non è neanche detto che sia definibile. Ecco perché, non potendo determinarlo con esattezza, lo chiamerò Quid.

Quid non ha natura fisica, eppure parla, canta, gioca, alle volte si innervosisce, raramente (ma sempre più frequentemente) urla: è come un “fanciullino”, indisciplinato, esagitato e impaziente. Mi grida insistentemente all’orecchio, e mi dice semplicemente “BASTA! BASTA COSI’!”. Detto questo, al di là d’ogni esemplificazione più o meno fantasiosa, Quid mi invita a prendermi maggiore cura di me stessa, mi consiglia d’agire in fretta, mi prega di riappropriarmi del mio spazio e del mio tempo al più presto.

Aspirare alla normalità equivale ad assecondare le propria nobiltà di spirito. Le scadenze possono aspettare, come pure quelle che ci ostiniamo imperterriti a chiamare “priorità”, spesso frutto del volere altrui o di un’intensa calendarizzazione, nefasta tendenza dei nostri giorni.

Se desiderare normalità è follia, allora sarò folle! Alle mie condizioni. In base alle mie personalissime concezioni.

Ho deciso che, per una volta, almeno per una breve parentesi, ad avere la preminenza sarò Io (ed io sola).

Oh Tempo, nemico e amico al contempo, rivendico il diritto di prelazione su me stessa!

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