Se “normalità” è pazzia, allora sarò folle!

Oggi una cara amica mi ha fatta riflettere sul concetto di “normalità”. Ce n’è bisogno ovunque, a quanto pare. Che sia un bene imprescindibile o facoltativo, non v’è alcun dubbio.

È un periodo difficoltoso per tutti: oramai è nella “normalità” non sentirsi al 100% del proprio charme, della propria carica positiva, del proprio Io. Come una barra di caricamento inceppata per motivi di cui soltanto il Dio informatico è a conoscenza. In effetti, ultimamente mi sento così, sono così: “inceppata”, o meglio rallentata. Effetto dell’eccessivo stress? Non mi sorprenderebbe: recenti studi ritengono che stati d’affaticamento mentale, duraturo e prolungato, porterebbero a forme (del tutto curabili) di “deficit cognitivo”. Ebbene, io sguazzo “beatamente” in questa condizione di menomazione temporanea della personalità, in cui le proprie potenzialità vengono irrimediabilmente lese, i talenti smussati in difetto, le capacità danneggiate (anche se non in maniera irreparabile); le parole vengono meno, così come le idee originali, e quanto di attivo rimane si riduce a rimuginazioni continue, fastidiose e irritanti. Non pago, il deficit cognitivo (persino nelle sue forme più lievi, come nella fattispecie) intacca anche la qualità del pensiero, la sua fluidità, la sua intrinseca vitalità, la sua ricercatezza e finezza. Disabilità dello spirito.

Quale soluzione, or dunque?  Continua a leggere

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Coesistenza pacifica

Sentirsi come un progetto ambizioso perennemente in nuce. Non realizzato, né compiuto: soltanto in parte abbozzato.

Vorrei che il sentimento comune fosse un altro, più entusiasta, più ottimista. Eppure, per quanto mi sforzi, scalfisco quest’impressione soltanto in superficie: la intacco di striscio, inutilmente. Sembra impalpabile, ma in realtà è come una seconda pelle, un’ombra persistente: inattaccabile, ferma e solida, dai contorni il più delle volte definiti, sempre presente ma senza volto. Mi segue, si ferma con me, mi accompagna ovunque, ma non mi prende delicatamente per mano. Infatti, come una presenza sgradita incontrata per strada, mi fissa ossessivamente: è asfissiante, morbosa. Conoscerla è stato un colpo al cuore; riconoscerne l’esistenza un atto di coraggio; sconfiggerla ed eliminarla il mio più alto obiettivo. Infine, ho semplicemente imparato a conviverci: “coesistenza pacifica” è divenuto il mio motto, una condizione che non è possibile soltanto nelle relazioni di potere interstatali, ma anche nella vita di tutti i giorni. Ora lo so. La consapevolezza non è l’anticamera dell’azione, in fin dei conti? Continua a leggere