L’Uomo di Luce, fra fotografia e arti figurative

Oggi, dopo mesi e mesi di imperdonabile digiuno artistico, seppur motivato da impegni di varia natura (faccio ugualmente un mea culpa, “dovuto” se non altro alla fatal manchevolezza del caso), ho colto al volo un invito che non potevo proprio rifiutare…ed ecco che, in men che non si dica, ho avuto il piacere di visitare una splendida retrospettiva, ambientata in uno degli spazi museali più suggestivi di tutto il Friuli-Venezia Giulia (Villa Manin, Passariano, Codroipo, UD) e dedicata a uno dei tanti (ahimè, non molto conosciuti) talenti del secolo scorso, Man Ray (pseudonimo di Emmanuel Radnitzky, 1890-1976), letteralmente “uomo raggio”.

Chi è costui? Probabilmente molti fra voi non ne hanno mai sentito parlare, né accennarne alcunché, né tanto meno nominarne distrattamente le opere…eppure si tratta di un artista estremamente poliedrico, sperimentale, sensoriale e proteiforme come pochi, nonché autore di grande rilievo in svariati ambiti, fra cui cinema (ovviamente d’avanguardia), fotografia (celebri sono le sue rayographs), arti figurative e plastiche (tra pittura e creazione/assemblaggio d’oggetti). Chi non ha mai visto, perlomeno di straforo, il suo capolavoro per eccellenza, Le Violon d’Ingres?

Per coloro i quali stanno ancora storcendo il naso di fronte a questo nome d’arte così insolito e atipico, ma anche per i più curiosi fra voi, ho deciso di raccogliere sinteticamente una serie di informazioni biografiche, chicche e impressioni personali per permettervi, da un lato, di inquadrarlo meglio e, dall’altro, di (ri)considerarlo sotto quella particolare luce che lo stesso Man Ray tanto amava e provocava, adoperava e ostracizzava al contempo, su piani diversi e livelli apparentemente inconciliabili fra loro… Mi spiego meglio:

statunitense di nascita ma squisitamente parigino “d’adozione”, avendo vissuto nella Ville Lumière gran parte della propria vita artistica, Man Ray è stato pittore, fotografo e cineasta, esponente del Dadaismo e del Surrealismo in primo luogo, nonostante qualche iniziale influenza cubista. Convintosi che New York non fosse pronta per l’affermazione di un innovatore visionario come lui, Man Ray approda in Francia e durante questo primo periodo parigino (1921-1940) stringe amicizia con alcune importanti personalità dell’epoca, fra cui Marcel Duchamp (già conosciuto negli USA) che lo presenterà ai più disparati circoli d’avanguardia della capitale: la città è allora la culla dell’arte e della moda, in cui artisti, musicisti, scrittori, aristocratici, stilisti e modelle più o meno talentuose godono dell’estrema vitalità culturale del ventennio piuttosto spensierato che separa il primo dal secondo conflitto mondiale. È proprio qui, a Parigi, che Man Ray entra a far parte de la crème della società, maturando quel rifiuto radicale dell’arte tradizionale, quel senso di libertà onnicomprensiva e totalizzante, quel gusto per l’eccesso e quell’eccentricità geniale che saranno i suoi migliori tratti distintivi e che lo caratterizzeranno vita natural durante, tanto che di lui Henry Miller disse (a proposito del suo irrefrenabile voyeurismo e sadismo):

Completa, assoluta libertà – questo è ciò che, con crescente fervore ed eloquenza Man Ray diceva a proposito dello stile di vita di Sade: totale libertà! Questa era, ed è, la religione di Man Ray.”

Il successo di pubblico e di fama non si fa attendere: grazie alla sua abilità come fotografo, soprattutto ritrattista, Man Ray riesce a trasferire su carta fotografica il fascino irrequieto, talvolta delicato e fine, talvolta più spiccatamente erotico e disinibito, dei suoi soggetti (soprattutto femminili); il ricorso al nudo non viene di certo dosato – non si fanno economie su questo punto. Tra i suoi “oggetti d’affezione” figurano non soltanto cose, strumenti e attrezzi del mestiere, ma anche persone, e in particolare le innumerevoli muse ispiratrici con cui vive appassionate ed indimenticabili storie d’amore e di possesso, fattori di sfogo ed esplosione creativa.

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Il suo studio è frequentato dalla Parigi bene, da chi ricerca un ritratto diverso dall’usuale…ed è proprio sulla base di queste premesse che Man Ray rivoluziona a pieno titolo l’arte fotografica, inventando la tecnica della “solarizzazione” e la “rayografia” (termine, quest’ultimo, costruito sul suo cognome fittizio): la prima consistente in un’inversione dei toni (bianco e nero), che si manifesta in seguito a una sovraesposizione esasperata, tanto da enfatizzare i contorni dell’oggetto in foto; la seconda ottenuta appoggiando oggetti direttamente sulla carta sensibile che, inondata di luce (accidentalmente o di proposito), deforma le immagini, che appaiono bianche quasi in rilievo sul fondo nero, dunque non più sviluppate secondo i normali criteri seguiti in camera oscura. [Qui di seguito un esempio di solarizzazione e uno di rayografia]

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Tramite queste due tecniche, Man Ray dà vita a opere d’inconfondibile gusto estetico, spesso disorientanti nella loro carica espressiva enigmatica, alle volte persino inspiegabili a detta dell’autore stesso, grottesche e inquietanti, suggestive e incredibilmente criptiche tanto da non avere un titolo: capita spesso di rimanere imbambolati dinanzi a un quadro che, al di fuori della cornice, nulla sembra avere d’umano, di conosciuto, di quotidiano, di “già visto e assodato”. Tutto è surreale, per l’appunto. Man Ray, difatti, fotografa l’anima delle cose, tout simplement, persino senza ricorrere alla macchina fotografica [come abbiamo visto con le rayografie, servendosi unicamente di oggetti ordinari e una fonte luminosa].

Dipingo quello che non può essere fotografato: ciò che proviene dai sogni, dall’immaginazione o da un istinto inconscio. Fotografo quello che non voglio dipingere, le cose che già possiedono una loro esistenza. Dipingo l’invisibile. Fotografo il visibile.”

Lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista in Francia obbligano Man Ray (di origine ebrea) a rientrare negli Stati Uniti: stabilitosi in via temporanea a New York, si trasferisce poco dopo a Los Angeles fino al 1951. Successivamente ritorna a Parigi, dove vivrà fino al giorno della sua morte, rivisitando e rivoluzionando le soluzioni che gli sono proprie, lontano dalle luci della ribalta (i suoi lavori faticano a trovare acquirenti perché troppo anticipatori). A futura memoria, fra autoironia e sarcasmo, il suo epitaffio recita: Non curante, ma non indifferente.

Irriverente e libertario, rivoluzionario e ultramoderno, avanguardista e clamoroso, anticonvenzionale e “carnale”, l’Uomo Raggio è stato un anarchico della fotografia, un sovvertitore degli schemi precostituiti, un artista non facilmente categorizzabile, un distillato di vitalità magmatica, energia insaziabile e instancabile novità, un innovatore lontano da ogni cliché e luogo comune che non fosse quello del “genio ribelle”. Ingegnoso, audace, piacevolmente tormentato dal corpo femminile e dal suo intrinseco erotismo, viveur avvezzo ai trionfi di curve e forme, patologicamente ossessionato dalla dimensione del piacere, incuriosito dal mondo e dai suoi “personaggi in cerca d’autore”, Man Ray ricercò il proprio ideale di perfezione artistica nell’imperfezione della quotidianità, indagando e glorificando l’essenza racchiusa in ogni singolo elemento del Creato a lui pervenuto. Professando “libertà erga omnes”, la sua arte si concentrò talmente tanto sull’esaltazione del Banale e del Consueto da renderli entrambi degni di nota, oggetti d’adorazione mistica.

Man Ray è stato una parentesi di creatività divina, un Uomo di Luce senza eguali.

“Creare è divino, riprodurre è umano.”

Da visionare e provare, assolutamente da scoprire o anche semplicemente da snobbare (ma soltanto in ultima istanza)…eppure necessariamente da conoscere. Volenti o nolenti.

Un must di puro eclettismo, ammaliante e impagabile!

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