Scrivo, dunque sono.

Ascolto, nel divenire dei giorni, i silenzi che in me si alternano a urla sguaiate, terribili, lugubri, senza fine. La smania d’agire tormenta il mio tempo privo d’azione…e, dunque, scrivo. Scrivo per dimenticare che la mia strada è altrove, per ricordarmi che la speranza è sì un buon inizio ma è anche “una pessima cena”, volendo parafrasare Francesco Bacone e il suo celebre aforisma. Scrivo perché per me è un modo di essere, il mio modo d’esistere e distinguermi, di (ri)trovare me stessa all’interno di una massa contorta di fili sottili, d’avvenimenti spesso privi di contenuto, altrettante volte effimeri, fugaci…

Come poter essere sazi d’azione, di momenti, di intimità e di gioie? Non sono mai abbastanza, non sono mai troppe.

Uomo debole, alla ricerca di misere consolazioni, di un lavoro redditizio, di “due cuori e una capanna”, di una stabilità economica solida…è davvero questo ciò che conta? Mi rifiuto di credere che il mio futuro prossimo sia soltanto un’accozzaglia di cose, conoscenze, persone, le une impilate sulle altre, in un interminabile accumularsi di vita, in un inesauribile accatastarsi che lascia il tempo che trova…e se non lo dovesse trovare, per qualche futile motivo?

Ricerco me stessa, punteggio la mia esistenza di stimoli ma, per la verità, nulla mi soddisfa… Anima irrequieta, che aspira a grandezza e pace interiore, incredibilmente satura d’amarezza, è forse potente e forte proprio per questo? Possono le delusioni rafforzare e, così facendo, abbellire l’animo? Quali sono i colori da utilizzare, quali contrasti variopinti, quali grigi, quali sfumature? “Uno spirito incrinato è estremamente pericoloso”: questo perché sopravvivere è il segreto della commedia della vita? Chi soffre, conosce qualcosa cui ad altri non è concesso alcun accesso?

Come in un girone dantesco, inseguo un’insegna bianca, ma non per ignavia, nemmeno per indecisione, neanche per mancanza di possibilità materiali: corro e perseguo obiettivi luminosi che, ora come ora, non possono vedersi realizzati. Scadenze, termini ultimi, incompetenza burocratica: tutti limiti che la società si è autoimposta per funzionare. Ma funziona davvero, in fin dei conti? Funziona veramente questo ricondurre ogni carica vitale a schemi precostituiti e miseri d’originalità, questo incanalare ogni energia e ogni entusiasmo (doti rare ultimamente) in un insieme, spesso unicamente finalizzato a se stesso, di azioni meccaniche e ripetitive, come in una catena di montaggio inefficiente? Bassi indici di produttività del “lavoro della vita” implicano anche scarso livello di felicità.

Vedo giorno dopo giorno arrampicatori sociali, scalatori di vette ignobili, sfruttatori di disgrazie altrui, approfittatori in piena regola, uomini e donne (tali soltanto per questioni anagrafiche) che pensano soltanto al proprio tornaconto, che non si curano del prossimo a meno che ciò non equivalga a trarne un guadagno personale: anime morte, involucri vuoti, scafandri senza nobiltà di spirito, cuori inariditi, menti rabbuiate…

Ecco perché scrivo: mi nutro di parole, belle e brutte, che creo e cancello a piacimento, che modifico e annullo a seconda dell’umore… Scrivere è uno dei pochissimi modi per riappropriarsi del proprio Io, così bistrattato dal deserto circostante e da quel vento sferzante che soffia sempre e non si ferma mai, che (impetuoso) piega in due e che (nella migliore delle ipotesi) sospinge e porta via, chissà dove, chissà come…

Scrivere è mantenersi vivi, è allontanare quella sensazione imperante di impotenza e sconforto, è salvaguardare la propria anima, è tutelarsi dagli affronti subiti, è sublimare in positività quanto ci intralcia, è dribblare gli ostacoli e, una volta riappacificati col creato, è rinascere e rinvigorirsi di nuovo, ricominciando da capo.

Voglio un nuovo incipit. Un capitolo tutto da leggere (ma prima da scrivere).

Scribo, ergo sum. Scrivo, dunque sono.

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