L’ “estetica della banalità”: la nuova frontiera della cultura italiana?

Leggendo con attenzione la “Lettera a Gustáv Husák” (1975) scritta con dovizia di particolari e coscienza critica da Václav Havel (all’epoca, il primo Segretario generale del Partito comunista di Cecoslovacchia; il secondo attivista politico nonché drammaturgo), non posso che riflettere sulla politica culturale italiana: penso alle centinaia (anche se propendo più per le migliaia) di libri non pubblicati nella nostra lingua che tematizzano argomenti particolarmente scottanti e di una certa rilevanza; penso a tutti quegli editoriali scritti da esperti di notoria competenza d’altre nazionalità che nel Bel Paese non figurano neanche navigando sulla rete; penso a tutte quelle pubblicazioni per lo più anglosassoni (ma non solo), talvolta inaccessibili e quasi mai tradotte; al contempo, penso alle beneamate Edizioni Adelphi e alla piccola editoria che fortunatamente non si fanno scoraggiare dalla generalizzante e uniformizzante linea ufficiale, introducendo presso il pubblico opere letterarie e filosofiche di gran pregio artistico e impegno civico, pensatori poco noti ma anche di grande influenza nel panorama culturale mondiale, e me ne rincuoro; penso a quella che Havel definiva come “estetica della banalità” cui sembrano votarsi gran parte dei titoli che vediamo spiccare in libreria fra montagne accuratamente accatastate di testi disposti a piramide e classifiche di vendita che si stagliano dinanzi all’entrata, titoli innocui e inoffensivi tanto di primo acchito quanto nei contenuti, tollerati e privi di ricaduta sull’autoconoscenza che ciascuno di noi dovrebbe maturare; penso al “culto della prudente mediocrità” e alla mancanza di curiosità, alla tendenza al livellamento e al “principio di levigazione” della mente, il cui scopo è quello di renderla “convenzionale”, apatica e inerte agli stimoli.

Secondo un’indagine condotta da Reporters sans frontières (un’ONG che ha come obiettivo la difesa della libertà di stampa), si legge che “l’Italia si piazza drammaticamente al 40° posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia, dimostrando così come pluralismo e libertà nella diffusione delle informazioni non siano prerogative degli stati più ricchi, industrializzati e sviluppati“.

Rabbrividisco nel leggere le parole taglienti dell’attivista ceco che, seppur strettamente legate al contesto post Primavera di Praga, risultano essere perfettamente adattabili anche all’attuale situazione in Italia, in cui il potere (fino a prova contraria) non si è certo instaurato con un colpo di Stato.

Dopo una simile (prolissa) premessa, non mi resta che lasciare la parola a Havel, che quasi quarant’anni fa scrisse:

Dal punto di vista della reale (vale a dire “consumistica”) concezione della vita odierna, se esistessero [opere letterarie] professionalmente buone e se qualcuno le seguisse, esse indirizzerebbero troppo l’attenzione verso “l’esterno”, irriterebbero troppo le vecchie ferite, con la propria generale e radicale politicità causerebbero oltre il dovuto reazioni altrettanto generali e radicali, e in questo modo agiterebbero troppo quelle acque che devono rimanere il più possibile stagnanti.

Ai veri interessi dell’attuale potere sociale torna infinitamente più comoda quella che ho chiamato “estetica della banalità”: questa infatti si discosta dalla verità in modo molto più discreto, accettabile e verosimile, e una mentalità convenzionale naturalmente la accetta con facilità, di modo che essa possa svolgere molto meglio il compito che la concezione consumistica della vita assegna alla cultura: non agitare la verità, bensì tranquillizzare con la menzogna.

La Lettera, nella sua integrità, è un inno alla presa di coscienza, un invito alla riscoperta della dimensione collettiva, un tentativo di riconciliazione fra pubblico e privato, oltreché un imperdibile spunto di riflessione sull’attuale stato di salute della cultura italiana.

Per coloro i quali non credono nella differenza fra cultura elitaria e quella più propriamente “di massa”, la Lettera di Havel è un must di estrema, incomparabile attualità!

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