Dannata psicosi, male non necessario (ma “nobilitato”) della società!

Ultimamente ho avuto la dolce fortuna di imbattermi in uno scritto di Emil Cioran (filosofo rumeno, 1911-1995) intitolato “Sillogismi dell’amarezza”, un’opera disincantata, eloquente e esageratamente tragica ai più, la quintessenza del cinismo per molti, votata allo scetticismo più sfrenato per tanti altri…eppure, per me, non può essere altro che un condensato di realismo allo stato puro, peraltro magistralmente accordato, insuperabilmente ben riuscito.

Le sue parole, taglienti come lame affilate sulla debole carne, rientrano nel mio gusto personale, per così dire nell’ordine delle cose, lasciando impressa in me (come pure nel lettore tipo) la sensazione di vivere in un “circo della solitudine”, dove il Verbo e l’espressione tanto orale quanto scritta si sono atrofizzate sempre più, lasciando spazio ad una religione senza contenuti, ad un “tempo anemico”, ad una tendenziale e generale abulia dello spirito, ad un infinito abisso interrogato a scrocco… Una descrizione, quest’ultima, nata principalmente dal desiderio di parafrasare i titoli dei principali capitoli creati da quel genio assoluto, da quella mente immaterialmente concreta, di Cioran: un autore non certo alla portata di tutti e del sentire comune, un insolito cultore del mistero della vita, un ritrovato chiarificatore di dubbi esistenziali, una nuova Cassandra al maschile, un essere più che umano in quanto fuori dal normale e dall’ordinario…

Nella sezione “Lo scroccone dell’abisso”, Cioran si sofferma più e più volte sui concetti di “nevrosi”, “dolore”, “angoscia”, “scetticismo”, “caducità” e “ansia”, indagando con piglio critico sulla natura stessa di tutti i mali dell’anima, insinuando irrimediabilmente (come da copione) un dubbio fatale: la sofferenza è una forma di reazione all’opulenza, all’eccessiva agiatezza, alla comodità smisurata, a quella Noia mai nominata ma sempre temuta? È conseguenza di quell’impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati, sia essa cagionata da incapacità cognitive o da mancanza di adeguate condizioni materiali, economiche, contingenti e storiche?

Qui di seguito, una selezione di fulminei sillogismi e utili spunti di riflessione sul tema:

Ben prima che fossero nate fisica e psicologia, il dolore disintegrava la materia, e la pena l’anima.

Nell’edificio del pensiero non ho trovato nessuna categoria su cui riposare la fronte. In compenso, quale cuscino è il Caos!

Al di fuori della dilatazione dell’io, conseguenza della paralisi generale, non vi è rimedio alle crisi di annientamento, all’asfissia del nulla, all’orrore di non essere altro che un’anima in uno sputo.

Ai tempi in cui il Diavolo prosperava, il panico, il terrore, i disordini erano mali che godevano di una protezione soprannaturale: si sapeva chi li provocava, chi presiedeva alla loro manifestazione; ora, abbandonati a se stessi, si trasformano in “drammi interiori” o degenerano in “psicosi”, in patologia secolarizzata.

L’Angoscia era merce corrente già al tempo delle caverne. Ci possiamo figurare il sorriso dell’Uomo di Neanderthal se avesse previsto che un giorno sarebbero giunti i filosofi a reclamarne la paternità.

Non contento delle sofferenze reali, l’ansioso se ne impone di immaginarie; è un essere per il quale l’irrealtà esiste, deve esistere: altrimenti da dove trarrebbe la razione di tormenti che la sua natura esige?

La psicoanalisi, tecnica che pratichiamo a nostre spese, degrada i nostri rischi, i nostri pericoli, i nostri abissi; essa ci spoglia delle nostre impurità, di tutto ciò che ci faceva curiosi di noi stessi.

Soffriamo: il mondo esterno comincia a esistere; soffriamo troppo: svanisce.

Il Reale mi dà l’asma.

In “Tempo e Anemia”, Cioran conduce la stessa indagine, inculcando nell’ascoltatore inevitabili sentimenti di rassegnazione e disillusione che, pagina dopo pagina, anziché perdere il proprio vigore, si rafforzano nel segno dell’azione demistificatrice della Verità:

“Sono come una marionetta rotta, con gli occhi caduti al di dentro”. Questa frase di un malato mentale conta più dell’insieme delle opere di introspezione.

Sono me stesso soltanto quando sono al di sopra o al di sotto di me, nella rabbia o nell’abbattimento; al mio livello abituale ignoro di esistere.

Grazie alla malinconia – questo alpinismo dei pigri – scaliamo dal nostro letto tutte le cime e sogniamo al di sopra di tutti i precipizi.

Ci adatteremmo facilmente ai dispiaceri se la ragione o il fegato non soccombessero ad essi.

Noi ci trinceriamo dietro il nostro volto; il pazzo con il suo si tradisce. Egli si offre, si denuncia agli altri. Persa la maschera, rende pubblica la sua angoscia, la impone al primo venuto. Tanta indiscrezione irrita. È normale che lo si leghi e lo si isoli.

Spesso soffochiamo la nostra persona per risvegliare in noi il personaggio, “impostura” dell’io.

In “Vertigine della storia”, Cioran si fa portavoce dei passi più significativi in tal senso:

Le terapie mentali abbondano presso i popoli opulenti: l’assenza di angosce immediate vi mantiene un clima morboso. Per conservare la sua salute nervosa, una nazione ha bisogno di un male sostanziale, di un oggetto per le sue inquietudini, di un terrore concreto che giustifichi i suoi “complessi”. Le società si rafforzano nel pericolo e si atrofizzano nella neutralità. Là dove imperversano la pace, l’igiene e le comodità, le psicosi si moltiplicano (…) Io vengo da un paese che, non avendo conosciuto la felicità, ha prodotto un solo psicoanalista.

Si potrebbe misurare il grado di raffinatezza di una civiltà dal numero di epatopatici, di impotenti o di nevrotici che conta (…) che testimoniano la prosperità fatale dello Spirito.

La “liberazione” dell’uomo? Verrà quando, sbarazzatosi della sua propensione al finalismo, egli avrà compreso l’accidentalità della sua comparsa e la gratuità delle prove che affronta; (…) quando la “vita” sarà ridotta alle sue giuste proporzioni: a un’ipotesi di lavoro.

Un tempo il passare da una contraddizione a un’altra era una faccenda grave; oggi noi ne sperimentiamo così tante in una volta sola che non sappiamo più a quale dedicarci, né quale risolvere.

Anche ne “Alle sorgenti del Vuoto”, l’autore dà grande prova di sé:

Soltanto uno spirito incrinato può avere aperture sull’aldilà.

Se non avessimo la facoltà di esagerare i nostri mali, ci sarebbe impossibile sopportarli. Attribuendo loro proporzioni inusitate, ci consideriamo reprobi di rango, eletti alla rovescia, lusingati e stimolati dalla disgrazia.

Dobbiamo rivedere tutto, anche i singhiozzi…

Non agite, eppure avvertite la febbre delle grandi cose; privi di nemici, combattete un duello spossante… è la tensione gratuita della nevrosi.

Ciascuno si ritira nella sua paura – la sua torre d’avorio.

Il segreto del mio adattamento alla vita? – Ho cambiato disperazioni come ci si cambia di camicia.

A ciascuno la sua follia: la mia fu quella di credermi normale, pericolosamente normale.

La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla “profondità”, ci condanna ad essa. – Il malato? Un metafisico suo malgrado.

Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicoanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda, palombari degli orrori. Guai allo spirito dagli abissi chiari!

Insomma, Cioran si dimostra immancabilmente non soltanto un grande Maestro del dubbio ma anche un lodevole “scopritore di Verità”…da leggere, considerare, rileggere e riconsiderare ogniqualvolta se ne senta intimamente bisogno!

“Sillogismi dell’amarezza”, d’altro canto, è stata una delle letture più rigeneranti su cui abbia mai riposato il cuore: una fonte di rinnovata certezza!

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2 thoughts on “Dannata psicosi, male non necessario (ma “nobilitato”) della società!

    • Credo fermamente che Cioran non sia un semplice pensatore quanto piuttosto l’esemplificazione più compiuta di quel modus vivendi che tanto ho ricercato in passato e che ora come ora mi rappresenta in toto: adoro quell’obiettività e quell’estremo realismo di cui si fa il più acuto portavoce, quella religione di cui è l’unico Messia… Per quanto concerne il dosaggio delle sue opere, non saprei esprimermi in quantità, numeri o cifre, anche se devo confessare in questa sede d’aver avuto a lungo “Sillogismi dell’amarezza” sempre a portata di mano, in borsa, con me, ovunque andassi, quasi fosse una sorta di vademecum irrinunciabile, capace di instillare nel lettore del momento sicurezza ed energia, maggiore cognizione di causa nell’agire e finalità d’azione nel vivere… A tratti, non riuscivo nemmeno ad abbozzare o concepire la possibilità di allontanarmene anche soltanto in via accidentale! … Il mio aforisma preferito? Ho abbracciato pienamente il suo pensiero, pertanto è così difficile scegliere, eppure…eppure credo anch’io di averne in mente uno che, più fra tutti, mi ha ispirata!

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