Il ruolo della Letteratura nella contemporaneità.

Oggi riporto papale papale un interessantissimo passo tratto dal già citato “Incontri con uomini straordinari” di Georges I. Gurdjieff, in cui l’autore non solo si limita a lanciarsi in una disamina (più che obiettiva e amaramente poco lusinghiera) della letteratura e dei suoi attuali rappresentanti, ma ripropone anche i particolari di un discorso sentito in gioventù durante il suo primo soggiorno in Persia in occasione di una riunione di intellettuali cui, per caso, partecipò.

Ma bando alle ciance, lascio la parola a questo maestro dello spirito e del sentimento:

Quel giorno, uno di quelli che parlarono di più fu un vecchio intellettuale persiano – intellettuale, non certo nel senso europeo della parola, ma in quello che gli viene dato sul continente asiatico, cioè non soltanto per il sapere, ma anche per l’essere. Era peraltro molto istruito e aveva una conoscenza profonda della cultura europea.

Fra le altre cose, disse questo:

“Purtroppo, l’attuale periodo culturale – che noi chiamiamo “civiltà europea” – è intercalare, se così si può dire, nell’evoluzione dell’umanità; in altri termini, è un abisso, un periodo di vuoto nel processo generale di perfezionamento umano, perché, ed è un fatto acquisito, i rappresentanti di questa civiltà sono incapaci di tramandare ai loro discendenti alcunché di valido per lo sviluppo dell’intelligenza, questo motore essenziale di ogni perfezionamento.

Così, uno dei principali mezzi di sviluppo dell’intelligenza è la letteratura. Ma a cosa può servire la letteratura della civiltà contemporanea? Assolutamente a nulla, se non alla propagazione della “parola imputtanita”.

A mio avviso, il motivo fondamentale di tale corruzione della letteratura contemporanea consiste nel fatto che, a poco a poco, tutta l’attenzione degli scrittori si è spontaneamente concentrata non più sulla qualità del pensiero né sulla precisione con la quale quest’ultimo può essere trasmesso, ma soltanto su una tendenza alla “carezza esteriore”, in altri termini alla “bellezza dello stile”, per arrivare in fin dei conti a ciò che ho chiamato la “parola imputtanita”.

E, in effetti, capita a tutti di passare un giorno intero a leggere un libro voluminoso senza sapere ciò che l’autore abbia voluto dire, e di scoprire soltanto verso la fine, dopo avere perso del tempo prezioso, già troppo breve per far fronte agli obblighi della vita, che tutta quella musica poggiava su un’infima ideuzza – un niente, per così dire. (…) Gli scrittori attuali, nella loro ricerca esclusiva della bellezza dello stile, a volte si abbandonano a incredibili elucubrazioni, con l’unico scopo di ottenere la “squisita sonorità della rima”, come dicono loro, finendo con ciò di distruggere il significato, già di per sé molto tenue, di tutto ciò che avevano scritto (…), ciò che io chiamerò il “catastrofonico concerto generale” della civiltà contemporanea.

Per riassumere tutto ciò che ho detto sulla letteratura della civiltà contemporanea, non posso trovare una definizione più indovinata di questa: essa è senza anima. (…) La civiltà contemporanea ha distrutto l’anima della letteratura. La civiltà moderna, come quelle antice, dispone della letteratura come strumento di perfezionamento dell’umanità, ma oggi, in questo campo come in tutti gli altri, non c’è nulla che si possa utilizzare per questo scopo essenziale. Tutto è soltanto esteriore.

Il passo continua con una digressione da parte dell’intellettuale persiano circa l’evidente differenza nel grado di sviluppo del sentimento fra le persone che sono nate sul continente asiatico e quelle nate in Europa.

Infatti, presso gli uomini che vivono sul continente asiatico e che, per varie condizioni geografiche o altre, sono isolati dall’influenza della civiltà attuale, il sentimento conosce uno sviluppo molto superiore a quello dei popoli europei; e, siccome il sentimento è la base stessa del buon senso, questi uomini, pur avendo meno conoscenze generali, hanno una concezione più giusta dell’oggetto al quale si rivolge la loro attenzione (…) Per un europeo, la comprensione dell’oggetto osservato può avvenire soltanto se egli possiede su di esso un’informazione “matematica” completa, mentre la maggior parte degli asiatici “afferrano” per così dire l’essenza dell’oggetto osservato, a volte col solo sentimento, e a volte perfino col solo istinto.

Per un certo periodo, i popoli dell’Asia sono stati affascinati dalla letteratura europea, ma non tardarono a sentire quanto essa fosse priva di contenuto, e a poco a poco cessarono di interessarsene. Oggi non la si legge quasi più. Nulla più di quella specie di letteratura che ha preso il nome di “romanzo” ha contribuito a tale crescente indifferenza.

[…] L’orientale, la cui facoltà di sentire è meno indebolita, nel senso che egli è rimasto più vicino alla Natura, scorge in modo semicosciente e istintivamente sente l’assenza completa nel loro autore di ogni conoscenza del reale e di ogni vera comprensione dell’oggetto di cui tratta nelle sue opere (…) In Europa, invece, nelle biblioteche pubbliche e private e nelle librerie, gli scaffali crollano sotto il numero crescente dei libri quotidianamente pubblicati.”

Che siano parole di Gurdjieff oppure pensieri riconducibili al fantomatico “intellettuale persiano”, intellettuale del sapere ma anche dell’essere, di cui l’autore parla, poco importa; ciò che resta incredibile, è il constatare come queste riflessioni siano di un’attualità tale da apparire quasi “postmoderna”.

La cosiddetta “letteratura d’intrattenimento” porta a uno scadimento dello stesso concetto oppure è lo specchio di quella civiltà contemporanea di cui tratta Gurdjieff, una società fin troppo autoreferenziale, in cui conta solo il Pensiero (talvolta neanche quello), relegando in secondo piano Sentimento e Istinto, componenti essenziali per l’umana comprensione della realtà? La Letteratura (con la “L” maiuscola) esiste ancora? È ancora possibile veicolare un messaggio forte e potente con un romanzo oppure è la saggistica a ricoprire questo ruolo di “conoscitore e scopritore di verità” cui fa riferimento il nostro beniamino?

Ai posteri, ma anche agli “esistenti”, l’ardua sentenza!

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